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Lego (1997) 55' Commission Scoring World Premiere About the music "Non e' musica minimale, non musica in piccolo ma "musica minima". E non vuol essere certo una villania nei confronti di Nicola Campogrande, che ha sempre pensato in grande all'importanza della "musica minima" (il termine fu usato da Giorgio Pestelli, dopo aver ascoltato Mosorrofa o dell'ottimismo), cioe' di un'immagine sonora fatta di tessere minute, tenute in equilibrio da lampi di memoria e da 'suoni' talvolta quotidiani. Immagine, cioe' panneggio per suoni e ritmi ma anche per melodie ('minime' s'intende) o rarefazioni del canto consanguinee al canto parlato, talvolta (come sbadatamente): parlati e basta. Carrellata di umori, accastastati per dispettosa affinita' o per affettuosa dissomiglianza: cementati dall'ironia e resi plausibili - e allo stesso tempo straniati (all'ascolto, stranianti )- dall'impiego spudoratamente disinibito e versatile di ogni tipo di 'ispirazione' musicale. Colta o plebea, leggera o classica: musica per le orecchie, e basta. Il gusto combinatorio, e di matrice riconoscibilmente ludica, che segna la musica di Campogrande non poteva che incappare nella storia dell'oggetto danese che dal 1954 svolge il grato ruolo di aizzare la vocazione costruttiva dei bambini. L' "opera da camera" Lego, che ufficialmente e' una commissione del Cidim per l'International Musical Council 1997, da questo punto di vista era un approdo fatale per l'autore. Anzi per gli autori. Perche' il sodalizio con Dario Voltolini, poeta e creatore di testi teatrali (il termine librettista e' parziale: per Campogrande ha scritto oltre a Mosorrofa, 1993; Macchinario, 1995; e Capelas Imperfeitas, 1997), e' da sempre "giocato" sulla costruzione-assemblaggio di schegge di parole e di suoni che diventano qualcosa, cioe' teatro, davanti ai nostri occhi-orecchie, soprattutto (soltanto) se sono ghiotti e non guardinghi. La musica di Campogrande ha la dote (rara, oramai, anche quando "sono solo canzonette") di non avere bisogno di presentazioni ne' di spiegazioni, perche' entra (e spesso lascia tracce) nella memoria sonora, passando direttamente dall'orecchio. Quindi diventa subito familiare - talvolta facile (in apparenza) da ricordare - anche se non e' priva di originalita' o, semplicemente, orecchiabile. E' "minima" ma densa: di astuzie compositive, di ammiccamenti e doppi sensi, di storie e nostalgie (discografiche, che' un'autore poco piu' che trentenne certe cose 'da adulto' non puo' averle vissute direttamente), di estrosa e capricciosa volonta' non di stupire o intimidire ma di divertire (divertirsi) facendo in modo che nessun ascoltatore si senta escluso dal grande gioco di sempre che e' ascoltare musica e farsi emozionare dal teatro che ne scaturisce.
Per questo, non occorrono didascalie al di la' della lettura del testo di
Voltolini tagliato in ventun "numeri" come si conviene a un'operina, a
loro volta distinguibili in recitativi (per meglio dire, melologhi,
sostenuti da un'attrice: sono otto) e arie misurate in versi regolari e
calligrafate in buoni pensieri poetici che spesso si dissolvono in adorabili
nonsense o ironiche parodie cabaret-canzonettistiche. Lego, a
differenza dai celebri mattoncini omonimi (e quant'altro s'e' aggiunto in
mezzo secolo, soprattutto da quando, nel 1966 s'e' consumato il
matrimonio con i motori elettrici) che hanno comunque bisogno di un
ingegnere piccolo-grande dalle mani vivaci e la mente lesta, si costruisce
da sola. Scena dopo scena. Alternando situazioni narrative recitate e
quadri cantati; a loro volta suddivisi tra la voce di soprano, quella
maschile (cantante pop) e un gruppo vocale in stile-Trio-Lescano che e'
una sorta di sigla dall'ispirazione scanzonata e volutamente nostalgica di
Campogrande. Soavemente impudente nello scivolare tra registri
linguistici diversi, usata con parsimonia ma non dispensata dall'ottenere
ambiziosi effetti onomatopeici -come nell'evocazione iniziale
dell'incendio sognato dal patriarca dei Christiansen, fondatori d'una
fabbrica di giocatoli prima che inventori del mitico lego -, e' anche la
piccola orchestra (14 strumenti in buca; poco piu' di quelli dell'Histoire
du soldat di Stravinskij, sul cui criterio pare modellata visto che si
serve di un rappresentante per famiglia) cui si aggiunge un Trio jazz in
palcoscenico. Voci e ensemble (prescritto amplificati in partitura) si
alternano nei numeri librettistici, lasciando soltanto lo spazio per tre
momenti di soli strumenti (Blu, Verde, Bianco) che celebrano i tre
colori fondamentali nella leggenda dei minimali e vivaci mattoncini. Che
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