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Su Tempi burrascosi (2008-2009) |
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In onda il 21 aprile 2009 su Rai3 per la trasmissione tv "Prima della prima" (più di 160.000 spettatori) Il Giornale della Musica - Recensioni On Line - "Il successo netto di questi Tempi Burrascosi, la novità assoluta di Nicola Campogrande, va distribuito fra tutti gli artefici e dà ragione alla scelta di aver trasferito nella stagione dei "grandi" questo lavoro nato per le mattinate dedicate ai piccoli delle scuole. Il testo di Dario Voltolini è divertente nell’evocare la Creazione e l’ira divina scatenante il diluvio in cui si inserisce la storia dell'alleanza fra un pesciolino creato per sbaglio in cima ad una montagna e la colomba mandata in avanscoperta da Noè. Elio, qui voce recitante anziché cantante, lo scandisce con maestria, stavolta paludato in incerato e stivaloni da burrasca. La musica di Campogrande è felice nell’invenzione e nelle combinazioni compositive, una versione personale ed elegante del genere della fiaba musicale alla Prokof’ev aggiornata su moduli e profili di marca minimalista ma anche, più in generale, da una sorta di fiabesca luminosità neo-neoclassica, colta assai bene dalla direzione di Daniele Giorgi sul podio dell’Orchestra della Toscana. Il team di Controluce Teatro d’Ombre firma le proiezioni evocanti la creazione, il diluvio, tutto il poetico ed irresistibile serraglio di bestie reali e fantastiche (come l’orchestrosauro). Alla fine, l’esito ottimo premia il coraggio di chi continua a commissionare musica nuova anche in questi tempi burrascosi per la musica" Il Giornale (ediz. della Toscana) - "Tutto insomma concorre all'ottima riuscita dello spettacolo, non a caso salutato dagli applausi di un pubblico numeroso" Il Venerdì di Repubblica 19 dicembre 2008 Il Corriere della Sera - «In Tempi burrascosi Campogrande e Dario Voltolini, autore dei testi, si occupano della creazione del mondo — anticipa Elio —. I toni sono quelli lievi della favola in musica, stile Pierino e il Lupo. Il mio compito sarà di ricapitolare quei sette giorni fatidici in cui Dio si mise al lavoro per tirar fuori dal caos tutto ciò che ci circonda». «Ma è andato tutto bene? Non è che, nella foga, Dio ha sbagliato qualcosa?», interviene Campogrande. «La prima questione, a dire il vero, sarebbe se Dio esiste — ribatte Elio —. In tal caso però non potrebbe che essere infallibile. Ma come te la spieghi allora l'esistenza della morte, della sofferenza? Come ti spieghi la Shoah o quel poveretto legato e bruciato vivo a Catanzaro? Nessuno fa una seria riflessione sul male». Molto meno drammaticamente, come spiega Dio quel pesciolino che ha fatto finire su un ramo d'ulivo anziché nel mare? Una svista? «Ci piaceva l'idea di mettere in crisi il Creatore — sorride Campogrande —. Alla fine però, quando arriverà il diluvio, sarà il pesciolino il solo a cavarsela, a sopravvivere all'invasione delle acque». «Con Elio abbiamo in ballo un vera opera», annuncia Campogrande. «E pensare che fino a qualche anno fa pensavo che il mondo della classica fosse una setta. O ne facevi parte o ne eri escluso — sospira Elio —. Ma di recente sono cambiate molte cose: anche i più severi del compositori si sono resi conto che non si può prescindere dal pubblico. C'è nuovo impulso verso altri territori. Hanno chiamato persino me». Giuseppina Manin L'Unità - "Tempi burrascosi, favola musicale per voce recitante e orchestra commissionata dall'Orchestra della Toscana, è, dice l'autore, il compositore torinese Nicola Campogrande, 'una storia piccola avvitata ad una storia grande': la storia di un pesciolino che Dio durante la Creazione ha piazzato per sbaglio in cima a una montagna (…). Il Giornale della Musica - "(...) è una commissione dell'Orchestra della Toscana, il cui direttore artistico, Aldo Bennici, continua anche in tempi duri a onorare l'impegno a commissionare musica nuova, ed è, dice Campogrande, "una storia piccola avvitata ad una storia grande", nientemeno che Creazione e Diluvio Universale: un pesciolino creato per errore in cima ad una montagna (anche Dio qualche volta sbaglia) nel suo viaggio verso il mare si ritroverà ad indicare la rotta all'Arca di Noé (...)". Intervista di Elisabetta Torselli. Operaclick - "Campogrande ha uno stile compositivo molto diretto che non prevede intellettualismi di sorta, né dal punto di vista del linguaggio né della forma della composizione (…). Ha come filo conduttore l'immediatezza nel rapporto con l'ascoltatore non meno che la gradevolezza illustrativa la quale, contrappuntata dalla voce recitante (per dare un'idea generale del brano: un po' come Pierino e il lupo), lo rende più che godibile al primo a scolto e soprattutto agli ascoltatori non abituati ai linguaggi a volte astrusi della cosiddetta 'musica colta' ". Fabio Bardelli TeatroTeatro.it - "Pensata per un pubblico di piccoli uditori, la favola commissionata dall’Ort ha il pregio di avere una molteplicità di livelli di fruizione. Il testo contiene reminescenze bibliche e letterarie, ma possiede una forma e soprattutto un linguaggio che la rendono godibilissima per i bambini. La musica di Nicola Campogrande è sicuramente capace di emozionare un ascoltatore di qualsiasi età. Repubblica (ediz. di Firenze) - "Per Campogrande scrivere musica per un pubblico baby è un'impresa tutt'altro che facile: 'I bambini sono esigenti, perché naturalmente disposti alla complessità. E poi Tempi burrascosi vuole rivolgersi anche agli adulti, quindi è un'opera stratificata, con più piani di lettura. Cerchiamo di scatenare due tipi diversi di reazione: il divertimento da parte dei più piccoli, i riferimenti più colti da parte di chi è abituato alla classica'. L'impasto musicale è quello che da sempre contraddistingue l'estro di Campogrande: fantasiosi intrecci tra forme classiche, echi jazz, frammenti minimalisti, 'è musica scritta da un compositore di 39 anni, che vive nel 2009, che ha tutti gli album di Elio. E che non possiede paraocchi', spiega il compositore". Fulvio Paloscia il manifesto - "I tempi sono di tutti i tipi. E quelli di oggi (come quelli di ieri?) abbondano di aggettivi. Difficili, convulsi, mediocri, scivolosi, oscuri, brutti, pericolosi, grami, poveri e via via in crescendo. Naturalmente sono anche burrascosi, come recita il titolo della favola musicale per bambini o non adulti (fa differenza?) che l'orchestra della Toscana (da sempre attenta alle dinamiche del contemporaneo in musica) ha commissionato a Nicola Campogrande, 39enne autore in ascesa formatosi alla scuola di Azio Corghi, che ama dipanare forme e linguaggi diversi in sintesi ideali, stratificate e insinuanti (…) Il resto del Carlino / La Nazione / Il Giorno - "Coi suoi diluvi e i suoi colpi di scena, Tempi burrascosi è una novella dai diversi piani di lettura narrata col contributo del teatro d'ombre Controluce. Campogrande, che ha lavorato su un testo di Dario Voltolini, la definisce una favola per grandi adatta anche ai più giovani (…)". Andrea Spinelli La Stampa -"Elio delle Storie Tese stasera in scena a Firenze per la favola musicale di Campogrande Tempi burrascosi e lunedì alla Scala (…)" Il Giornale - "Abbiamo voluto - ha spiegato Campogrande presentando ieri l'opera insieme a Elio e al direttore d'orchestra Daniele Giorgi - avvitare una storia piccola su una più grande. Quella grande è naturalmente la creazione del mondo, quella piccola è la storia del pesce che cerca di tornare al mare dopo che per sbaglio Dio lo ha creato su un ramo". La storia del pesciolino, ha aggiunto Campogrande, "segue quella della creazione, fino al diluvio universale che, se per gli uomini sarà un castigo, per il piccolo pesce sarà invece una manna, anche se una volta nel mare dovrà fare i conti con i predatori e con un ambiente che non conosce affatto (…)". Corriere fiorentino - "Vedremo il celebre cantante milanese impegnato in un grammelot scritto per lui da Voltolini pensando a 'come si sarebbe espresso Dio prima dell'invenzione del linguaggio'. Impresa impegnativa anche per l'Ort, di cui però Daniele Giorgi loda la 'duttilità' nell'affrontare un'opera legata alla tradizione della musica scritta ma dalle forti componenti surreali e originali (…)" L'Unità - "Io sono preoccupato non certo per la burrascosità di questi tempi ma per la loro grettezza: si beve il peggio, si è perso il senso critico. Ma non dobbiamo avere paura dei tempi burrascosi. Il bello vince sempre" Il nuovo Corriere di Firenze - "La musica di Nicola Campogrande per raccontare una storia per bambini che piacerà ai grandi" Il Tirreno - "Abbiamo voluto - ha spiegato Campogrande - avvitare una storia piccola su una più grande. Quella grande è naturalmente la creazione del mondo, quella piccola è la storia del pesce che cerca di tornare al mare dopo che per sbaglio Dio lo ha creato su un ramo" Novaradio Città Futura - "Tempi Burrascosi è una fiaba in musica in piena regola: in essa, parola e suono si fondono in una sintesi cristallina; la trama scorre via veloce, la musica segue il testo, contrappuntandolo senza mai però scadere nella pedanteria; un linguaggio (sia letterario che musicale) semplice ma mai banale, che conferisce una forte unità formale al lavoro; in un gioco di equilibri sottilissimi, la parola e la musica si alternano nel raccontare una storia, nel narrare vicende che solo nelle fiabe possono accadere, senza inutili e leziosi orpelli e lontane anni luce da tutte quelle durezze avanguardistiche cui tanta parte della produzione musicale dei nostri giorni ci ha abituato. Una musica che “parla” a tutti e che a tutti, grandi e piccoli, “arriva”; una musica scritta per essere ascoltata e non solo capita, per comunicare e non per essere sezionata in laboratorio, analizzata, studiata, tradotta, interpretata... Campogrande riesce in un intento assai difficile per un musicista, oggi: riallacciare un rapporto col pubblico. Questo, forse, il merito più grande di Tempi Burrascosi". |
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Su Nicola Campogrande in generale |
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Il Giornale della Musica nel giugno 2008 ha chiesto a Nicola Campogrande un intervento sulla propria produzione. Un po’ in teatro, un po’ sull’Ipod "Quando mi chiedono che cosa scrivo io rispondo: musica per la sala da concerto. Ma sto mentendo. Perché le mie partiture hanno ormai molte destinazioni diverse e nascono anche per accompagnare mostre, per il cinema, per la televisione, per il web o per essere registrate tout court e messe in vendita su Itunes. E poi c'è qualche jazzista che se ne impossessa e le porta nei club, ci sono musicisti che le suonano ai matrimoni, ci sono ensemble che le eseguono durante la proiezione di film muti. Io lo so, naturalmente, e per questo il mio mestiere di compositore diventa ogni giorno piu' affascinante e complicato, costringendomi quasi programmaticamente ad abitare un "oltre" che va reinventato ogni giorno.
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Scarica la lunga intervista pubblicata da MusicaInsieme nel 2005
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Sulla colonna sonora del film "Valzer" (2007) |
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la Repubblica - «Se mi concedete il paragone forse un po’ troppo alto e colto, è un po’ come La Valse di Ravel, un valzer definitivo, l’ultimo prima di un’epoca che crolla». L’accostamento è suggestivo. L’andamento dolce e cadenzato della musica, atmosfere viennesi e crepuscolari, per accompagnare una vicenda di corruzione e malaffare legata a calciopoli, alla gestione truffaldina del mondo del pallone e di quello della tv. Uno strano film, quello di Salvatore Maira, regista romano che è venuto a confezionare a Torino la sua scommessa. Il film, girato interamente a Torino con il sostegno della Film Commission, uscirà il prossimo autunno, protagonisti la splendida, torinese anche lei, Valeria Solarino e Maurizio Micheli. Una storia contemporanea dai risvolti civili, una location soltanto, l’hotel NH Santo Stefano, alle Porte Palatine, un solo piano sequenza (come l’ipnotico Arca russa di Aleksandr Sokurov), un titolo che spiega molto, Valzer, e la musica a tenere tutto quanto insieme. Non una colonna sonora qualsiasi. Il Corriere della Sera - "Musicalmente rapinoso (…)" Tullio Kezich
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Sulle sue musiche per grandi mostre (2008) |
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Il Giornale della Musica - Colonne sonore per mostre Le grandi mostre d'arte stanno diventando sempre più spettacolari, in senso letterale. Se prima il curatore provvedeva personalmente a dlsporre i quadri esposti e ad illuminarli con qualche faretto, ora ci si rivolge a light deslgner, scenografi e perfino a registi. Anche per i compositori si è aperto un nuovo campo d'azlone, perché prima le mostre d'arte in genere si visitavano in assoluto silenzlo o tutt'al più col sottofondo di musiche dell'epoca dell'artista, mentre ora anche la musica è parte dell'allestimento d'una mostra. Abbiamo chiesto a Nicola Campogrande, che è stato probabilmente uno del priml a comporre musiche ad hoc per una mostra ed è sicuramente il più attivo in questo campo, come si è arnvatl a dare importanza allo spazio sonoro in cui le opere d'arte sono esposte.
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Sul cd "Preludi a getto d'inchiostro" (2006) |
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Amadeus ***** - "Fortunatamente sono ormai lontani gli anni in cui la musica contemporanea era sinonimo di brutale separazione fra addetti - o meglio, adepti - ai lavori e pubblico. D'altra parte i canoni di uno sperimentalismo ormai d'accademia - ci si perdoni l'ossimoro - non lasciavano certo spazio a qualunque cosa avesse la parvenza di tonalità: guai se all'interno di pentagrammi (quando vi erano) irti di note e di criptici simboli compariva una sorta di linea melodica o, ancora peggio, una triade. Le più recenti generazioni di compositori hanno lasciato sedimentare tutta questa sistematicità e - uscendo da un intellettualismo tanto sterile quanto solipsistico - assai opportunamente hanno voluto riprendere il contatto con il pubblico. La via più difficile ma più affascinante è quella della creazione di un linguaggio proprio ma comprensibile, impresa non da poco, giacché bisogna evitare di essere autoreferenziali ma al tempo stesso banali. In poche parole, ci vuole ispirazione artistica. Ed è proprio quello che riesce a fare Nicola Campogrande in questo bel cd dedicato alla chitarra, nel quale dodici brevi preludi sono esposti dapprima con uno strumento tradizionale e in seguito rielaborando elettronicamente lo stesso materiale eseguito con una chitarra acustica e un arciliuto barocco (con la complicità di Roger Rama nei remixes). Il risultato è oltremodo affascinante, anche per merito della bravissima chitarrista Elena Casoli, la cui versatilità è pari solamente all'intelligenza delle scelte artistiche". (m.r.) Suonare News **** -"Il titolo fa riferimento al fatto che il connubio compositore-interprete è stato portato avanti per vie elettroniche: e-mail, programmi grafici, stampanti a getto d'inchiostro. I singoli titoli (da Adagio liberamente a Rimbalzando) richiamano ottocenteschi fogli d'album o pezzi lirici tra cui sono incastonati riferimenti più specificamente gestuali. Le note di presentazione si limitano a un collage di e-mail.Ogni sospetto di operazione troppo calcolata sbiadisce alla riprova musicale. Il tramite comunicativo attuale è solo un'ironica presa di distanza dal cipiglio d'autore: così come suggeriscono i titoli un po' lialeschi, tutto corre sul filo di un'immaginazione vagamente sentimentale ma credibile, e sostenuta da un'autentica fiducia nei toni tecnico espressivi duttili della chitarra, che ricambia tramite la lettura libera e fantasiosa della Càsoli con moderno fervore coloristico e affettuosità galanti senza tempo che conquistano." (Angelo Foletto) Seicorde - nominata PARTITURA DEL MESE -"Nicola Campogrande è un nome di grande rilievo nel panorama della musica contemporanea e le sue composizioni sono eseguite con successo in tutto il mondo. Conduttore del terzo canale di Radio Rai, insegna alla Scuola Holden di Torino ed è professore a contratto presso l'Università di Roma - Tor Vergata. Allievo di Azio Corghi, ha al suo attivo molte opere che spaziano in tutti i campi dove la musica è presente: teatro, concerti solistici, sinfonie, opere da camera con voce (spesso su testo del poeta Dario Voltolini) e sperimentazioni di contaminazione collaborando con il dj Roger Rama. Audiophile Sound - "Sono passati i tempi in cui i compositori scrivevano preludi con carta e penna e dettavano ai musicisti le loro volontà con gli stessi mezzi. Campogrande stampa la propria musica a 'getto d'inchiostro' e comunica attraverso la posta elettronica, ma come i suoi predecessori conosce ben l'arte della composizione e il valore della meditazione sulle partitire. Per questo, per i suoi preludi, ha scelto come interprete la chitarrista classica Elena Càsoli, capace di 'leggere' le sue raffinate partiture con un piglio sospeso tra tradizione classica e modernità, senza mai essere autoreferenziale. I dodici brevi preludi sono esposti dapprima con la chitarra classica e in seguito attraverso remix elettronici, realizzati dal dj Roger Rama, con l'inserimento di una chitarra acustica e di un arciliuto. Il percorso che l'ascoltatore compie attraverso il disco, contrariamente a quanto ci si attenderebbe, è oltremodo naturale. Una sorta di viaggio che dal passato porta verso il presente, pur senza scivolare mai nella presunzione. (...) (Simone Bardazzi) Il Fronimo (due pagine di recensione di cd e partitura) - "Oltre che compositore di lavori regolarmente eseguiti in giro per il mondo da concertisti di prima grandezza, Nicola Campogrande (Torino, 1969) è un personaggio di singolare eclettismo. E’ infatti conduttore radiofonico, giornalista, professore universitario, direttore artistico dell’Orchestra filarmonica di Torino, docente alla Scuola Holden della stessa città (aperta dallo scrittore Alessandro Baricco per insegnare tecniche della narrazione), nonché organizzatore di eventi musicali. A tale molteplicità di interessi corrisponde, in àmbito squisitamente creativo, un atteggiamento non tetragono all’apertura verso altri generi e altri modi di fare musica. Questo è un comportamento comune a diversi compositori contemporanei, ma Campogrande va oltre: alcuni suoi lavori sono stati remixati – vale a dire rielaborati elettronicamente da un disc jockey in chiave moderna – e poi proposti a un pubblico diverso da quello che abitualmente frequenta le sale da concerto. A contribuire a tale contaminazione è stato il DJ torinese Roger Rama, il quale ha collaborato anche alla realizzazione del CD di cui ci occupiamo. I dodici Preludi a getto d’inchiostro, scritti tra il 2001 e il 2003, devono molto alla loro dedicataria Elena Càsoli: è lei che ha invitato l’autore a comporli, ha cooperato con lui durante la stesura, ne ha realizzato la prima esecuzione e l’incisione discografica, infine ne ha curato la pubblicazione. Non è probabilmente un caso che a convincere Campogrande ad affrontare questo impegno sia stata una “chitarrista di frontiera” come la Càsoli, appassionata divulgatrice di repertori contemporanei la quale condivide con il compositore una visione “espansa” del fatto musicale e non ha problemi a passare dallo strumento classico a quello elettrico o alla steel string guitar, quando un autore lo richiede. Campogrande ha da poco ultimato una versione per due chitarre dei Preludi, che è attualmente nel repertorio di Lorenzo Micheli e Matteo Mela. Per comodità di esposizione, commenteremo allo stesso tempo sia la pubblicazione che il CD, anticipando che quest’ultimo è diviso in due parti: la prima contiene i dodici brani eseguiti con una chitarra Luis Panormo del 1846, mentre la seconda vede la riproposta di sette preludi con l’impiego di una chitarra acustica Robert Taylor (i rimanenti cinque lavori della serie sono stati evidentemente ritenuti poco adatti a questa trasposizione). Inoltre, tre dei dodici pezzi sono ulteriormente presentati in altrettanti remix, realizzati come già detto da Roger Rama, dallo stile ritmico e percussivo misurato, in una sorta di musica dance minimale dal suono scarno e ipnotico. Tutto ciò rende molto particolare questa proposta discografica, e sottintende come essa sia destinata non solo al normale pubblico di musica classica, ma anche a un uditorio “allargato”.
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Su "Tre piccolissime musiche notturne", per orchestra (maggio 2006) |
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Il Giornale della Musica - Recensioni On Line: "In una normale sala da concerto e non nel ghetto delle rassegne dedicate alla musica contemporanea, per sentirsi di nuovo, davvero, "giovane collega di Mozart": va bene così, scrive Nicola Campogrande nelle note di sala di "Tre piccolissime musiche notturne", una delle due commissioni dell'Orchestra della Toscana per l'annoversario mozartiano in corso (nel concerto precedente c'era stato Di cristallo e di fiamma di Roberta Vacca). Quest'omaggio tripartito a Mozart del compositore di Cronache animali e Absolut, breve (dieci minuti) ma ricco d'invenzione, fa riferimento al mondo soave delle serenate di Mozart, ma si sottrae al gioco della citazione plateale per dissimulare e rifrangere in nervosa grazia neo-impressionista frammenti e piccoli profili che (dichiara l'autore) derivano soprattutto da Eine kleine Nachtmusik (ma qui ci sono anche arguti intrecci di strumentini, percussioni liquescenti, un contrabbasso amplificato che ci ricorda l'attenzione di Campogrande a sonorità non solo classiche). Il risultato è un sound fiabesco e maliosamente notturno che sembra senz'altro piacere al pubblico del Teatro Verdi di Firenze. Sul podio dell'Ort c'è un apprezzato interprete del repertorio novecentesco e contemporaneo, l'inglese Paul Daniel, ma il programma, per il resto, è tutto beethoveniano (...)". Elisabetta Torselli
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Su "Absolut. Concerto per violoncello, basso elettrico e archi", (varie esecuzioni) |
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la Repubblica "Suona tutto naturale, come un qualsiasi "doppio" concerto: due solisti, tre movimenti, la cadenza a due iniziale (molte seguiranno, intrecciate nel canto o sedotte dal fascino del ricamo virtuosistico), il gioco di allettamenti tra solista e archi che entrano a canone col tema principale poi si disperdono in tracciati melodici autonomi, in dialogo più che sottomessi, nel primo movimento ("Aprendo le danze"); un secondo che pare una Sonata a tre ("Investigando") e si chiude su una grandiosa frase patetica interrotta dal violoncello e un ghirigoro cadenzale del basso; un finale ("Con energia") in cui gli insistiti pannelli melodici di accompagnamento rispondono a quelli ora voluttuosamente acrobatici ora ostinatamente ritmici dei solisti. Suona naturale, e il pubblico che affolla oltre la capienza l'Aula Magna della Statale non ha difficoltà a capire, applaude senza sosta i musicisti in palcoscenico (Mario Brunello, Tito Mangialajo Rantzer e l'Orchestra dell'Università degli Studi di Milano) e Nicola Campogrande, autore di Absolut. Concerto per violoncello, basso elettrico e archi, commissionato dall'orchestra e presentato in prima esecuzione l'altra sera. Pezzo di sostanza e ampiezza, Absolut (...)" Angelo Foletto, 18 marzo 2004 La Marseillaise "Absolut, une oeuvre étonnante et fascinante. Parce que, écrite pour violoncelle et guitarre basse electrique, elle allie une écriture très contemporaine à des aspects baroques incontestables. La guitare y joue, sur le rythme obstiné d'un coer qui bat, s'affole et, peut-être, s'arrête brutalement, le rôle d'un continuo qui prendrait aussi une place de premier plan. On y entend également des interrogations métaphysiques, des méditation inquiètes. On y a surtout entendu un extraordinaire Angelo Liziero à la guitare basse, qui a partagé avec Gauthier Capuçon - totalement emporté dans cette musique, virtuoses sans emphase, magnifique d'expressivité - des moments superbes, dans un quasi "boeuf" jazzistique, des harmonies et des rythmes rebrodés par les cordes de l'Orchestra Filarmonica di Torino (...)" |
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Sul cd "Danze del riso e dell'oblio" (2005) |
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Suonare News "Nell'immaginario collettivo, dove c'è qualcuno che agita il mantice c'è anche qualcuno che balla", ci ricorda l'autore. E noi pensiamo subito a Piazzolla ma anche ai molti musicisti che col solo inserimento della voce chioccia della fisarmonica hanno subito creato un'atmosfera esoticamente strapaesana anche in un brano serioso. Strumento popolare come pochi, qui impiegata nella stesura più tradizionale, la fisarmonica evocata da Campogrande è una sorta di intrigante ombrello dove trovano ospitalità innumerevoli nostalgie musicali - non banali citazioni né semplici camuffamenti - tutte sotto il segno della danza. La lettura dei titoli, da sé, vale un campionario di passi e di paesaggi geo-sonori (dal valzer alla milonga, dalla rumba al tango, dall'habanera al sirtaki e al charleston) e di omaggi colti (dalla sarabanda, forse il pezzo più toccante dell'antologia, alla passacaglia, che invece è il tramplino di lancio per una pagina abbastanza ermetica). Ma non ci si deve fermare alle apparenze: Campogrande non scrive musica da ballo ma in cui il ballo è una presenza intellettuale, un'eco, un enigma storico-sentimentale, un sasso sonoro lanciato nell'immaginario di un ascoltatore medio e senza pregiudizi. Del resto già lo sposalizio col pianoforte, e un pianoforte abbastanza fedele al suo mondo sonoro e tecnico, rende in più numeri Danze del riso e dell'oblio non un gioco di facile identificazione-imitazione linguistica (che tuttavia non manca) né una scontata strizzata d'occhio agli appassionati del falso etnico in musica (qua e là, comunque, additato con garbata ironia) ma un'elegante ginnastica emotiva. E il dialogo tra i due strumenti a tastiera, uno percussivo ed uno ad ancia, si dipana con maliosa facilità grazie alla bravura e allo spirito dei due interpreti: come un anomalo recital concertistico (nato su commissione del Comune di Castelfidardo, capitale mondiale della fisarmonica) che non ha bisogno di locandina dé di programma di sala per sedurre." Angelo Foletto All about jazz: "Pensando a Nicola Campogrande a molti verra' senza dubbio in mente la gentile voce di un conduttore che, da anni ormai, porta a spasso i suoi ascoltatori nel mondo della musica classica contemporanea - e non solo - nei programmi di radio 3. Con la stessa soavita', che gli pare propria (mi sembra), il compositore torinese da' alle stampe il suo ultimo lavoro Danze del riso e dell'oblio, pubblicato da Stradivarius, interamente dedicato a danze per sala da concerto per pianoforte e chitarra. L'accostamento e' strano e anche il contesto a cui vengono destinate queste musiche, tanto che lo stesso Campogrande nel libretto ha sentito il bisogno di chiarire [e forse cosi' legittimare] un repertorio di musiche non "alte". Il reato a ben vedere e' commesso dalla scelta di accostare la fisarmonica, strumento che, secondo Campogrande, ha dalla propria la possibilita' di respirare, di cambiare voce e timbro, di dilaniare il cuore se si mette a fare la languida ma anche di far danzare un'intera platea se decide di esibire l'energia del proprio virtuosismo, al pianoforte, strumento che invece porta in dote la sua serieta', l'austerita' della sua storia, il romanticismo della sua tradizione e la potenza dei suoi giochi percussivi. Ma i due strumenti non hanno bisogno di alcuna apologia, specie quando la musica permette di cogliere le forme e gli intrecci dell'incastro, dell'accostamento e della compenetrazione. Fisarmonicista - Alberto Fantino - e pianista - Antonio Valentino - volteggiano con grande leggerezza in danze di tutte le epoche - sarabanda, rumba, marcia, tango, valzer, sirtaki. E l'accostamento (o compenetrazione che sia) e' piacevole. Le danze del riso e dell'oblio volteggiano insieme ai suoi interpreti in un mondo quieto e pacificato, che ricorda quasi certe malinconiche atmosfere da feste di paese concluse e da palchi vuoti di presenze. Il virtuosismo, cosi' tipico delle danze [non per sala da concerto], cede ad una certa introspezione, che conferisce a questo lavoro un velo di irresolutezza. L'impressione e' quella di essere stati trasportati direttamente al termine del viaggio o quelle che ascoltiamo sembrano le impressioni di un viaggiatore disincantato... Certo e' strano ascoltare un lavoro come questo, cosi' estraneo a tutto cio' che ci circonda eppure cosi' pregno di una certa Italia che ama ancora danzare come una volta... Preferisco pensare che questo CD venga ascoltato fuori dalle sale da concerto. D'altronde io l'ho ascoltato in queste calde sere estive, nel silenzio della notte, e il che mi ha deliziato. E per quando inutile all'onor del mondo accademico, la cosa mi e' piaciuta! Valutazione: * * *" Francesca Odilio Bellino Abeille Musique: "Danses du rire et de l'oubli, voilà un joli titre, en plein accord avec cette musique riante et oublieuse. Pour accordéon et piano - l'accordéon est l'instrument par excellence de la danse populaire -, dans un langage écrit, développé et véritablement composé alors qu'il intègre plusieurs éléments de jazz (sans improvisation aucune), avec d'inévitables apports latino-américains et une note d'humour délicat et de références classiques d'excellent aloi. De la valse "charlestonisante" à la musette "sarabandesque", Nicola Campogrande surfe avec intelligence et élégance, toujours du bon côté du bon goût. On aura le droit d'aimer ou de ne pas aimer, mais en aucun cas de dire que "ce n'est pas bon", car voilà de la musique très soigneusement composée, qui devrait autant plaire au néophyte, pour des raisons purement hédonistes, qu'au mélomane qui s'amusera à retrouver les centaines de clins d'oeil de Bach à Prokofiev !" La Stampa "(...) Con sguardo elegante e affettuoso al passato che solo passato non è, l'autore torinese va "a passeggio attraverso danze di tutte le epoche, dalla sarabanda alla rumba, dalla marcia al tango, dal vlzer al sirtaki". Campogrande è musicista dal passo intimo, cameristico, e insieme capace di ironie anche grottesche, come rivelano alcuni dei titoli; evoca atmosfere, invita a danzare nel tempo della musica che fu, senza rumore; e il "Tango della fine del mondo" ha una grazia da felice scampagnata in campagna, tra lusinghe e dolcezze nostalgiche." Sandro Cappelletto Il Giornale della Musica "Nicola Campogrande ricorda, presentando questo suo disco di lunatiche e lunari danze senza corpi,che la gente pensa che "dove c 'è qualcuno che agita il mantice c 'è anche qualcuno che balla"; vero, il mantice è come il polmone del ballerino,che si riempie d 'aria umida e calda per esprimere emozioni umide e calde,avvinto a un lui o a una lei.Il compositore ha scritto col tamente per accordi on, uno strumento storicamente portatore di anonime infinite pagine scritte da suonatori del popolo e per il popolo.Uno strumento che è mille modi di essere fisarmonica,organetto, bayan,accordion e che è mille tradizioni di europe larghe e migrate oltre oceani.Le danze del riso e dell 'oblio sono state commissionate da Musicat e dal Comune di Castelfidardo, capitale dei fabbricanti di fisarmoniche italiane;Alberto Fantino suona, accompagnato al pianoforte da Antonio Valentino, un bayan della ditta Bulgari; il concerto è andato in tournée in Israele e Palestina. Valzer,milonghe, minuetti, rumbe, sarabande, sirtaki, charleston, habanere, musette, passacaglie, marce e tanghi attraversano una miriade di citazioni facili (Satie, il tango sino a Piazzolla e Galliano, Paolo Conte), e alla fine rimane una sala da concerto con una malinconia di sala da ballo vuota e muta con un solo cono di luce su chi suona l 'essenza di musiche scorporate dalla danza.Qualcosa di davvero dentro alla natura essenziale della musica "classica ", anche se scritta da un "contemporaneo"". Daniele Martino Accordions.com "The composers that have tried will say: it is easy to combine a string quartet with with an accordion, just like percussion with one or more accordions; or duets with sorts wind instruments will always turn out very effectively, similarly the accordion in combination with vocal or chorus... everybody agrees that the accordion with piano is something very "difficult" - a complicated combination, something to pay a lot of attention to, because it is risky.
Obviously Nicholas Campogrande had the courage. In the booklet he has tried to capture the good will of the listeners speaking about "uncommon partners..." or "strange couple". I deduce that composers fear the accordion. The "Danze del riso and dell'oblio" face the highest mountain to climb: firstly the smoothness , the exchanges of rhythm and melody, the intriguiry game of "seen or not seen", dreaming with open eyes moving magically through time.
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Sull'opera da camera "Macchinario" (1995) |
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Panorama "[...] Stavolta il poeta Dario Voltolini e il musicista Nicola Campogrande [...] hanno volato, e ce l'hanno fatta. [...] E insomma, prima scherzi e ti divaghi; poi a un certo punto, sul finire, ti prende quella commozione antica e sacra che è il segno del teatro, e un po' sei triste perché t'accorgi che un momento così non lo vivrai più, e un po', per la stessa ragione, sei felice." Lorenzo Arruga
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Sul cd "Mosorrofa, o dell'ottimismo" (1993) |
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La Stampa "[...] Ma non è la strada giusta lodare qua e là: l'interesse di Mosorrofa è il progetto mistilingue di canzone, jazz, ballata, voce che recita, voce sintetica, capricci di cadenze, filigrane, irritazioni puntilliste: musica minima, ma che sa bene come tenere compagnia e trovare con l'esuberanza della poesia un'organicità di rappresentazione [...]" Giorgio Pestelli Suono "Piu' che l'idea di "musica contemporanea" - concetto discutibile, che di solito viene sparato sul pubblico con gli effetti di un lacrimogeno - il lavoro suggerisce quella di una "contemporaneita' musicale" effettiva, da percorrere, da abitare come si vuole, senza sentircisi estranei. [...] Mosorrofa si presenta con la naturale levita' delle cose che accadono come per caso, senza strategie e senza teoremi, solo perche' era tempo che accadessero. Il suo orizzonte poetico sembra innanzitutto quello di una liberta' che vuol essere riempita di senso. Ci si deve muovere come in un disegno di Escher, rendersi disponibili a una logica da Magritte accelerabile fino ai ritmi di Blob. [...] Come tutto questo riesca - e ci riesce - a parlarci di noi, di ognuno di noi, e' una di quelle cose che non si possono spiegare cosi' in due righe. Bisogna scoprirle. Un fatto e' certo: perche' operazioni simili riescano con altrettanto equilibrio s'ha da essere bravi, molto bravi; e nel disco di Campogrande di bravura ce n'e' da vendere." Antonio Cirignano la Repubblica "Raccontano di una citta' che esiste; sta li', in Calabria, ma in realta' raccontano un po' di loro, un po' di noi, microstorie della nostra vita, flash di vita quotidiana, attimi d'amore, di solitudine. [...] Mosorrofa scardina qualsiasi aspettativa dell'ascoltatore: basta il ghiribizzo di un flauto per trasportarvi in volo su una citta', una citta' che in realta' e' un simbolo, una metafora di tante altre citta', di tante altre civilta'. Si potrebbe intitolare Mosorrofa o della versatilita' perche' invano cerchereste uno stile unico tra giochi di parole e echi poetici, tra un attacco in puro stile jazz e un tango birichino. Oppure Mosorrofa o del vitalismo perche' tra scritte sul muro ("benvenuti all'inferno") e alienazioni metropolitane ("tra le auto ferme strette al rosso dell'incrocio dentro cui ristagna un uomo mentre dialoga al telefono cellulare") c'e' spazio per cantare le speranze, per sorridere davanti al ritmo indiavolato di un delfino che guizza nel mare [...], per aspettre che in Africa sbocci il fiore blu della libertà [...]". Susanna Franchi, Il Giornale della Musica "Una canzone che ricorda una Mina forse inesistita, ma possibile, molto sofisticata, bossa nova, piano-bar e jazzy; melologhi che potrebbe recitare una Milva tornata alla antica militanza letteraria; pezzini alla Jessica Rabbit, trattamenti elettronico-androidi della voce, chitarre come quelle che usava Foa' per leggere Lorca, i testi di Dario Voltolini, giovane scrittore torinese, che ha fatto cosi' il suo sperimentale Cristo si e' fermato a Eboli [...], tanghetti, citazioni. C'e' di tutto, in Mosorrofa, parto intelligente della neonata Ddt ." Daniele Martino Piano Time "Lontano ormai le classiche mille leghe dai rovelli del laboratorio, il venticinquenne Campogrande spazia, con la mano del veterano e la nonchalance dell'uomo di mondo, entro circuiti che piu' multiformi non si saprebbero dare; quaranta numeri, contrassegnati tutti da dediche e titoletti, in cui s'agita il fiume carsico di una storia narrata [...] e che esibiscono una contaminazione di formule e stili, a' la manie're deΣ, non poco curiosa. [...] E' una collana che si sfila imperterrita senza tuttavia nascondere le proprie ambizioni, poiche' il gusto di ripercorrere il de'ja' vu si autentica sulla perizia di uno che cita Paolo Conte e Duke Ellington ma anche Banchieri e Corghi, e sempre dall'alto della torre: ma con simpatia, senza spocchie e con nettissimo il senso dei dislivelli." Aldo Nicastro |
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Sul cd "Capelas imperfeitas" (1997) |
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la Repubblica "Campogrande danza, compositivamente parlando, con registri linguistici diversi [...] badando sempre che l'ascoltatore afferrato dal primo richiamo non si senta piu' abbandonato." Angelo Foletto Musica! Rock & altro "Circola da qualche mese uno strano disco intitolato Capelas imperfeitas. Contiene canzoncine lievi e raffinatissime, costruite con sole voci e percusioni. Curioso che ne sia autore un musicista di estrazione classica [...]." Alberto Campo La gazzetta di Parma "Applaudito a Parma il delizioso ed emozionante spettacolo "Capelas imperfeitas". Un lieto vagabondare della memoria. Le diciotto canzoni lavorano il genere, senza mai cadere nella trappola del luogo comune, recuperando di volta in volta l'idea dello stile seppur straniato, plasmato: e cosi' il canto a quattro voci si alimenta con scelta eclettica e con disinvolta successione lungo un divertimento parodistico [...]." Giovanni Fontechiari Catalepton "Capelas imperfeitas: primo assaggio |
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