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Su Tempi burrascosi (2008-2009)

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In onda il 21 aprile 2009 su Rai3 per la trasmissione tv "Prima della prima" (più di 160.000 spettatori)

In onda il 3 gennaio 2010 su
Radio3 per il suo Cartellone

Il Giornale della Musica - Recensioni On Line - "Il successo netto di questi Tempi Burrascosi, la novità assoluta di Nicola Campogrande, va distribuito fra tutti gli artefici e dà ragione alla scelta di aver trasferito nella stagione dei "grandi" questo lavoro nato per le mattinate dedicate ai piccoli delle scuole. Il testo di Dario Voltolini è divertente nell’evocare la Creazione e l’ira divina scatenante il diluvio in cui si inserisce la storia dell'alleanza fra un pesciolino creato per sbaglio in cima ad una montagna e la colomba mandata in avanscoperta da Noè. Elio, qui voce recitante anziché cantante, lo scandisce con maestria, stavolta paludato in incerato e stivaloni da burrasca. La musica di Campogrande è felice nell’invenzione e nelle combinazioni compositive, una versione personale ed elegante del genere della fiaba musicale alla Prokof’ev aggiornata su moduli e profili di marca minimalista ma anche, più in generale, da una sorta di fiabesca luminosità neo-neoclassica, colta assai bene dalla direzione di Daniele Giorgi sul podio dell’Orchestra della Toscana. Il team di Controluce Teatro d’Ombre firma le proiezioni evocanti la creazione, il diluvio, tutto il poetico ed irresistibile serraglio di bestie reali e fantastiche (come l’orchestrosauro). Alla fine, l’esito ottimo premia il coraggio di chi continua a commissionare musica nuova anche in questi tempi burrascosi per la musica"

Il Giornale (ediz. della Toscana) - "Tutto insomma concorre all'ottima riuscita dello spettacolo, non a caso salutato dagli applausi di un pubblico numeroso"

Il Venerdì di Repubblica 19 dicembre 2008
Vi racconto la mia favola in musica dove Elio recita da Dio
di Federico Capitoni
Nel sommario: "Lui, Nicola Campogrande, è un compositore "colto". L'altro, un artista tutto ironia e provocazione. Insieme portano in teatro uno strano spettacolo, dove, tra grammelot e ombre cinesi, si spiega che la creazione iniziò con un piccolo errore..."
"C'è una diffusa convinzione riguardo la musica colta contemporanea. E cioè che si tratti di qualcosa di difficile, noioso e soprattutto destinato a qualcuno che non si sa bene chi sia. A 39 anni Nicola Campogrande ha già al suo attivo 26 dischi e le sue opere sono eseguite circa settanta volte l'anno in giro per il mondo. Non male per uno che apparterrebbe alla misteriosa categoria dei compositori di musica contemporanea.
Torinese (è il direttore artistico dell'Orchestra Filarmonica di Torino), ha studiato al conservatorio di Milano con Azio Corghi e dice di essere un "compositore felice", che non passa un giorno senza scrivere qualcosa, a parte due mesi l'anno nei quali si dedica alla radio (è, infatti, uno dei conduttori storici di Radio3 Suite). "Parto dall'idea che a contare sia soprattutto il piacere dell'ascolto" dice Campogrande, "fare musica è un'attività sexy, non qualcosa di pesante. E oggi più di ieri abbiamo bisogno di un gesto creativo gioioso". Il musicista ha una spiccata propensione per il teatro e una particolare attenzione per il pubblico dei più piccoli. Premiato soprattutto per la sua capacità di scrivere in maniera trasparente, aveva già messo a segno un buo n colpo una decina di anni fa con Cronache animali. La sua nuova opera si intitola Tempi burrascosi: è una favola musicale per voce recitante e orchestra che andrà in scena a partire dal 9 gennaio al Teatro Verdi di Firenze, per sei rappresentazioni fino al 14, con l'Orchestra regionale Toscana diretta da Daniele Giorgi. Protagonista d'eccezione, Elio, che da tempo conduce una vita musicale parallela a quella con le Storie Tese, fatta sempre di esperimenti tendenti al grottesco ma con una matrice più "colta". E, a giudicare dalla vicenda raccontata nell'opera, sembrerebbe il collaboratore più adatto.
Tempi burrascosi è una favola musicale. Ma non sembra concepita solo per i bambini.
"Infatti è destinata a un pubblico di piccoli e di adulti. Non uso un linguaggio musicale pensato apposta per i bambini, non semplifico niente. L'aspetto più interessante sono i diversi livelli di lettura: i ragazzi in questa storia vedranno una cosa, gli adulti un'altra".
Una storia ambiziosa però, quella della creazione del mondo...
"Eh già, ma ancora più coraggioso è il punto di partenza: un errore divino. Con Dario Voltolini, cha ormai io chiamo "il mio librettista", abbiamo tentato di raccontare una storia piccola all'interno di una più grande. Tutto parte da uno sbaglio del Creatore, che, nel fare il mondo, mette un pesciolino su un albero anziché nel mare. Bel problema per la piccola creatura, che non sa come nutrirsi. L'occasione per liberarsi gli arriverà quando Dio scatenerà il diluvio universale e il pesciolino potrà approfittarne per gettarsi nel mare. In realtà, da qui nasceranno una serie di difficoltà che renderanno la storia particolarmente avvincente".
E Dio come parlerà?
"Voltolini, scrittore geniale nel giocare con le parole, ha creato per Dio una lingua tutta sua. E' una sorta di grammelot mescolato a un latino maccheronico. Insomma, una lingua altra, che non significa niente di per sé, ma che stranamente risulta comprensibile ed efficace".
Soprattutto, immaginiamo, parlata da Elio... Quando vi siete incontrati? Come è nata la vostra collaborazione?
"Il primo incontro con Elio risale ad alcuin anni fa, quando scrissi per lui una romanza che doveva cantare come baritono durante i suoi concerti "classici". Così, quando più recentemente gli ho chiesto di fare la voce recitante nella mia opera, ha accettato immediatamente. Elio ha due doti molto preziose. Per prima cosa, e questo è evidente, è un personaggio estroso e surreale, in grado di caricare il testo di significati personali. Poi, e questo aspetto è meno conosciuto, è molto scrupoloso e cura ogni dettaglio. Tutto ciò lo rende un grande interprete. Probabilmente stavolta non sarà in frac, ma vestito di un impermeabile giallo, da diluvio appunto".
La storia della musica ha illustri precedenti nell'ambito della fiaba raccontata attraverso la musica. Il caso di Pierino e il lupo di Prokof'ev vale per tutti. Quali sono le differenze co il suo lavoro? "Tempi burrascosi innanzitutto non ha uno scopo didattico; inoltre si avvale di un ensemble di musicisti molto più vasto. Dura poi praticamente il doppio ed è pensata tenendo presente un secondo piano di narrazione, che è quello delle ombre cinesi".
Dal punto di vista scenico, la scelta è caduta non su normali attori o danzatori, ma su un suggestivo allestimento fatto di proiezioni.
"In Italia abbiamo una delle migliori compagnie di teatro d'ombra, Controluce. I componenti di questa compagnia hanno trovato una personalissima poetica, riuscendo a dare tridimensionalità e colore al classico teatro d'ombre. Dietro l'orchestra ci sarà un enorme schermo cinematografico dove i personaggi della storia verranno proiettati. Un modo elegante, credo, per raccontare la più grande storia di sempre".

Il Corriere della Sera - «In Tempi burrascosi Campogrande e Dario Voltolini, autore dei testi, si occupano della creazione del mondo — anticipa Elio —. I toni sono quelli lievi della favola in musica, stile Pierino e il Lupo. Il mio compito sarà di ricapitolare quei sette giorni fatidici in cui Dio si mise al lavoro per tirar fuori dal caos tutto ciò che ci circonda». «Ma è andato tutto bene? Non è che, nella foga, Dio ha sbagliato qualcosa?», interviene Campogrande. «La prima questione, a dire il vero, sarebbe se Dio esiste — ribatte Elio —. In tal caso però non potrebbe che essere infallibile. Ma come te la spieghi allora l'esistenza della morte, della sofferenza? Come ti spieghi la Shoah o quel poveretto legato e bruciato vivo a Catanzaro? Nessuno fa una seria riflessione sul male». Molto meno drammaticamente, come spiega Dio quel pesciolino che ha fatto finire su un ramo d'ulivo anziché nel mare? Una svista? «Ci piaceva l'idea di mettere in crisi il Creatore — sorride Campogrande —. Alla fine però, quando arriverà il diluvio, sarà il pesciolino il solo a cavarsela, a sopravvivere all'invasione delle acque». «Con Elio abbiamo in ballo un vera opera», annuncia Campogrande. «E pensare che fino a qualche anno fa pensavo che il mondo della classica fosse una setta. O ne facevi parte o ne eri escluso — sospira Elio —. Ma di recente sono cambiate molte cose: anche i più severi del compositori si sono resi conto che non si può prescindere dal pubblico. C'è nuovo impulso verso altri territori. Hanno chiamato persino me». Giuseppina Manin

L'Unità - "Tempi burrascosi, favola musicale per voce recitante e orchestra commissionata dall'Orchestra della Toscana, è, dice l'autore, il compositore torinese Nicola Campogrande, 'una storia piccola avvitata ad una storia grande': la storia di un pesciolino che Dio durante la Creazione ha piazzato per sbaglio in cima a una montagna (…).
Elio, tu che sei un attraversatore e miscelatore di generi musicali ci vuoi aiutare a capire com'è la musica di Tempi burrascosi?
'La musica è musica, bella o brutta. La musica di Campogrande è composta bene e con gusto (…)".

Il Giornale della Musica - "(...) è una commissione dell'Orchestra della Toscana, il cui direttore artistico, Aldo Bennici, continua anche in tempi duri a onorare l'impegno a commissionare musica nuova, ed è, dice Campogrande, "una storia piccola avvitata ad una storia grande", nientemeno che Creazione e Diluvio Universale: un pesciolino creato per errore in cima ad una montagna (anche Dio qualche volta sbaglia) nel suo viaggio verso il mare si ritroverà ad indicare la rotta all'Arca di Noé (...)". Intervista di Elisabetta Torselli.

Operaclick - "Campogrande ha uno stile compositivo molto diretto che non prevede intellettualismi di sorta, né dal punto di vista del linguaggio né della forma della composizione (…). Ha come filo conduttore l'immediatezza nel rapporto con l'ascoltatore non meno che la gradevolezza illustrativa la quale, contrappuntata dalla voce recitante (per dare un'idea generale del brano: un po' come Pierino e il lupo), lo rende più che godibile al primo a scolto e soprattutto agli ascoltatori non abituati ai linguaggi a volte astrusi della cosiddetta 'musica colta' ". Fabio Bardelli

TeatroTeatro.it - "Pensata per un pubblico di piccoli uditori, la favola commissionata dall’Ort ha il pregio di avere una molteplicità di livelli di fruizione. Il testo contiene reminescenze bibliche e letterarie, ma possiede una forma e soprattutto un linguaggio che la rendono godibilissima per i bambini. La musica di Nicola Campogrande è sicuramente capace di emozionare un ascoltatore di qualsiasi età.
A tessere la trama sono numerosi simboli legati alle Sacre Scritture come quello della colomba bianca, dell’ulivo e del pesce. Ciò che colpisce del testo di Voltolini sono la libertà e la creatività del linguaggio, ricco di espressioni evocative, di suoni onomatopeici e di immagini suggestive (come quella dell’Orchestrosauro, orrenda bestia marina che vuole divorarsi il pesciolino). La drammaturgia musicata è affidata all’ironia (Noè è così chiamato dal Creatore perché gli uomini capiscano che non devono più comportarsi così). Anche Dio si esprime attraverso una lingua di pura invenzione, a metà tra il gramelot (Scànghera scàngehra nemella sdrena! Abba scorabba, zut zattera scrack!) e un latino maccheronico (Luxa e vitaxa perexi e peraxa!Paxa e ripaxa, larghetzia e felitzia!).
La musica di Nicola Campogrande, compositore di primo piano nel panorama italiano della sua generazione, possiede grande forza espressiva e non scade quasi mai nella didascalia. Si cimenta nell’arduo compito di tradurre in suono la creazione del mondo e il diluvio universale, inserendosi così in una tradizione autorevole e consolidata, e il risultato è davvero fresco e innovativo quanto piacevole e seducente.
Eccellente prova, anche questa volta, per la bacchetta di Daniele Giorgi (compositore e spalla dell’Ort, oltre che bravo direttore) abilissimo nel guidare un’Orchestra Regionale Toscana flessibile e dinamica.
Suggestiva e affascinante per certe soluzioni visive, anche la proiezione di luci e ombre (…)"
. Enrica Fialà

Repubblica (ediz. di Firenze) - "Per Campogrande scrivere musica per un pubblico baby è un'impresa tutt'altro che facile: 'I bambini sono esigenti, perché naturalmente disposti alla complessità. E poi Tempi burrascosi vuole rivolgersi anche agli adulti, quindi è un'opera stratificata, con più piani di lettura. Cerchiamo di scatenare due tipi diversi di reazione: il divertimento da parte dei più piccoli, i riferimenti più colti da parte di chi è abituato alla classica'. L'impasto musicale è quello che da sempre contraddistingue l'estro di Campogrande: fantasiosi intrecci tra forme classiche, echi jazz, frammenti minimalisti, 'è musica scritta da un compositore di 39 anni, che vive nel 2009, che ha tutti gli album di Elio. E che non possiede paraocchi', spiega il compositore". Fulvio Paloscia

il manifesto - "I tempi sono di tutti i tipi. E quelli di oggi (come quelli di ieri?) abbondano di aggettivi. Difficili, convulsi, mediocri, scivolosi, oscuri, brutti, pericolosi, grami, poveri e via via in crescendo. Naturalmente sono anche burrascosi, come recita il titolo della favola musicale per bambini o non adulti (fa differenza?) che l'orchestra della Toscana (da sempre attenta alle dinamiche del contemporaneo in musica) ha commissionato a Nicola Campogrande, 39enne autore in ascesa formatosi alla scuola di Azio Corghi, che ama dipanare forme e linguaggi diversi in sintesi ideali, stratificate e insinuanti (…)

Il resto del Carlino / La Nazione / Il Giorno - "Coi suoi diluvi e i suoi colpi di scena, Tempi burrascosi è una novella dai diversi piani di lettura narrata col contributo del teatro d'ombre Controluce. Campogrande, che ha lavorato su un testo di Dario Voltolini, la definisce una favola per grandi adatta anche ai più giovani (…)". Andrea Spinelli

La Stampa -"Elio delle Storie Tese stasera in scena a Firenze per la favola musicale di Campogrande Tempi burrascosi e lunedì alla Scala (…)"

Il Giornale - "Abbiamo voluto - ha spiegato Campogrande presentando ieri l'opera insieme a Elio e al direttore d'orchestra Daniele Giorgi - avvitare una storia piccola su una più grande. Quella grande è naturalmente la creazione del mondo, quella piccola è la storia del pesce che cerca di tornare al mare dopo che per sbaglio Dio lo ha creato su un ramo". La storia del pesciolino, ha aggiunto Campogrande, "segue quella della creazione, fino al diluvio universale che, se per gli uomini sarà un castigo, per il piccolo pesce sarà invece una manna, anche se una volta nel mare dovrà fare i conti con i predatori e con un ambiente che non conosce affatto (…)".

Corriere fiorentino - "Vedremo il celebre cantante milanese impegnato in un grammelot scritto per lui da Voltolini pensando a 'come si sarebbe espresso Dio prima dell'invenzione del linguaggio'. Impresa impegnativa anche per l'Ort, di cui però Daniele Giorgi loda la 'duttilità' nell'affrontare un'opera legata alla tradizione della musica scritta ma dalle forti componenti surreali e originali (…)"

L'Unità - "Io sono preoccupato non certo per la burrascosità di questi tempi ma per la loro grettezza: si beve il peggio, si è perso il senso critico. Ma non dobbiamo avere paura dei tempi burrascosi. Il bello vince sempre"

Il nuovo Corriere di Firenze - "La musica di Nicola Campogrande per raccontare una storia per bambini che piacerà ai grandi"

Il Tirreno - "Abbiamo voluto - ha spiegato Campogrande - avvitare una storia piccola su una più grande. Quella grande è naturalmente la creazione del mondo, quella piccola è la storia del pesce che cerca di tornare al mare dopo che per sbaglio Dio lo ha creato su un ramo"

Novaradio Città Futura - "Tempi Burrascosi è una fiaba in musica in piena regola: in essa, parola e suono si fondono in una sintesi cristallina; la trama scorre via veloce, la musica segue il testo, contrappuntandolo senza mai però scadere nella pedanteria; un linguaggio (sia letterario che musicale) semplice ma mai banale, che conferisce una forte unità formale al lavoro; in un gioco di equilibri sottilissimi, la parola e la musica si alternano nel raccontare una storia, nel narrare vicende che solo nelle fiabe possono accadere, senza inutili e leziosi orpelli e lontane anni luce da tutte quelle durezze avanguardistiche cui tanta parte della produzione musicale dei nostri giorni ci ha abituato. Una musica che “parla” a tutti e che a tutti, grandi e piccoli, “arriva”; una musica scritta per essere ascoltata e non solo capita, per comunicare e non per essere sezionata in laboratorio, analizzata, studiata, tradotta, interpretata... Campogrande riesce in un intento assai difficile per un musicista, oggi: riallacciare un rapporto col pubblico. Questo, forse, il merito più grande di Tempi Burrascosi".

 

Su Nicola Campogrande in generale

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Il Giornale della Musica nel giugno 2008 ha chiesto a Nicola Campogrande un intervento sulla propria produzione.

Un po’ in teatro, un po’ sull’Ipod

"Quando mi chiedono che cosa scrivo io rispondo: musica per la sala da concerto. Ma sto mentendo. Perché le mie partiture hanno ormai molte destinazioni diverse e nascono anche per accompagnare mostre, per il cinema, per la televisione, per il web o per essere registrate tout court e messe in vendita su Itunes. E poi c'è qualche jazzista che se ne impossessa e le porta nei club, ci sono musicisti che le suonano ai matrimoni, ci sono ensemble che le eseguono durante la proiezione di film muti. Io lo so, naturalmente, e per questo il mio mestiere di compositore diventa ogni giorno piu' affascinante e complicato, costringendomi quasi programmaticamente ad abitare un "oltre" che va reinventato ogni giorno.
Perché se non si compongono musiche "di genere", se non si scimmiotta lo stile più diffuso nei diversi ambiti e si insegue invece l'ambizione di fare questo mestiere seriamente, cercando ogni volta, in ogni partitura, di raccontare e rendere più interessante il mondo in cui viviamo, la sfida è ardita. E così la musica destinata alla sala da concerto si carica degli stimoli che vengono dal sapere che sarà probabilmente ascoltata anche in autobus attraverso un Ipod; la pagina pensata per il cinema non rinuncia al confronto con la storia della musica; la partitura inventata per accompagnare la visita di una mostra dovrà essere abbastanza interessante da funzionare anche in un auditorium; e così via.
Per me il problema non è più quello di amare Elio e Duke Ellington insieme a Schubert e a Stravinskij - lo do per scontato, così come ormai fa, giustamente, il nuovo Giornale della Musica. Il mio problema è quello di tenere presenti le diverse modalità di fruizione e di intestardirmi nel continuare a inseguire una musica scritta, frutto di ragionamento e riflessione, erede di una storia importante ma non per questo automaticamente confinata in un mondo a parte. Cerco di offrire ai miei ascoltatori oggetti musicali da ascoltare con attenzione, ma so che in molti porgeranno invece le orecchie in modo distratto; mi sforzo di prevedere i volti e i movimenti dei protagonisti del mio teatro musicale, ma non fingo di dimenticarmi che il maggior numero di spettatori sentiranno l’opera alla radio; impiego giorni a limare dettagli infinitesimali di gesti strumentali ma ho ben presente che poi lo streaming sul computer si farà beffe della mia accuratezza.
“Andare oltre”, dunque, per me significa rispondere alle nuove occasioni d’ascolto per una musica che un tempo abitava solo le sale da concerto; e farlo seriamente, mettendomi in gioco, tentando soluzioni che continuano a stupirmi".

 

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Scarica la lunga intervista pubblicata da MusicaInsieme nel 2005

 

 

 

 

 

Sulla colonna sonora del film "Valzer" (2007)

repubblica  

la Repubblica - «Se mi concedete il paragone forse un po’ troppo alto e colto, è un po’ come La Valse di Ravel, un valzer definitivo, l’ultimo prima di un’epoca che crolla». L’accostamento è suggestivo. L’andamento dolce e cadenzato della musica, atmosfere viennesi e crepuscolari, per accompagnare una vicenda di corruzione e malaffare legata a calciopoli, alla gestione truffaldina del mondo del pallone e di quello della tv. Uno strano film, quello di Salvatore Maira, regista romano che è venuto a confezionare a Torino la sua scommessa. Il film, girato interamente a Torino con il sostegno della Film Commission, uscirà il prossimo autunno, protagonisti la splendida, torinese anche lei, Valeria Solarino e Maurizio Micheli. Una storia contemporanea dai risvolti civili, una location soltanto, l’hotel NH Santo Stefano, alle Porte Palatine, un solo piano sequenza (come l’ipnotico Arca russa di Aleksandr Sokurov), un titolo che spiega molto, Valzer, e la musica a tenere tutto quanto insieme. Non una colonna sonora qualsiasi.
A firmarla è il compositore torinese Nicola Campogrande, da alcuni anni della scuderia Universal, prolifico autore per le sale da concerto, per il teatro e qualche volta per la tv (la sua storia di compositore ha interessato il regista Sebastiano Bazzini, che sta realizzando un documentario-biografia per Romadocfest), ma mai, confessa, «entrato in contatto con il mondo del cinema». Un debuttante assoluto nella colonna sonora, esattamente quello che voleva Maira. Il regista, che per il suo film precedente, Amor nello specchio, si era affidato a Nicola Piovani questa volta – racconta Campogrande – voleva qualcosa di assolutamente diverso. «Per questo film non mi interessa avere un compositore specializzato in colonne sonore – gli aveva detto Maira –, non mi serve un commentatore di immagini, quel che cerco è una musica con un respiro più ampio». L’esecuzione è affidata al Toujours Ensemble e ad Alberto Fantino alla fisarmonica, Altonio Valentino al pianoforte, Saverio Miele al contrabbasso e Silvia Testoni, soprano.
Campogrande, come è avvenuto l’incontro con il cinema?
«E’ andata come dovrebbe andare, nel più pulito dei modi. Un giorno mi telefona il regista e mi dice: Sto girando un film, la sua musica mi piace, vuole scrivere una colonna sonora per me? Rispondo: Grazie, ma non è il mio mestiere, non saprei nemmeno come si fa. Lui insiste: Ho ascoltato i suoi dischi, la sua musica mi va bene così come lei la fa. Mi ha mandato la sceneggiatura e ne sono rimasto conquistato».
E alla fine le ha davvero lasciato fare la sua musica?
«Sì, ho lavorato con una libertà creativa sorprendente. Ho seguito tutto il percorso del film, alcune pagine le ho scritte prima di iniziare a girare, su indicazione del regista».
Che genere di film è Valzer?
«Un film molto particolare. Molto musicale. Poiché è un unico piano sequenza, le scene si susseguono in modo teatrale e le riprese seguono un andamento dolce e cadenzato che è esattamente quello del valzer».
Dove avete registrato la colonna sonora?
«Qui a Torino, nel nuovo studio di registrazione del Sermig, dove per la prima volta si è realizzato un prodotto per il cinema. E’ un fatto strano che in questa rinascita cinematografica torinese non si fosse ancora fatto niente di musicale».
Come è stato scrivere per il cinema?
«Piacevole e divertente. Sono orgoglioso del risultato. Il cinema ha un tipo di vitalità molto particolare. Il tempo di produzione di un film mette in moto grandi energie. Sul piano artigianale è stato molto stimolante, su quello creativo devo ammettere che è stato piuttosto facile. Tutti i dubbi e le intenzioni li aveva già risolti il regista. Io ho dovuto soltanto mettermi lì e scrivere». Clara Caroli - la Repubblica, edizione di Torino, 10 marzo 2007

Il Corriere della Sera - "Musicalmente rapinoso (…)" Tullio Kezich

 

Sulle sue musiche per grandi mostre (2008)

repubblica  

Il Giornale della Musica - Colonne sonore per mostre
Intervista al compositore Nicola Campogrande, autore di brani musicali scritti appositamente per accompagnare il visitatore a esposizioni come quella di Sebastiano del Piombo o di Palladio ora a Vicenza e poi a Londra.

Le grandi mostre d'arte stanno diventando sempre più spettacolari, in senso letterale. Se prima il curatore provvedeva personalmente a dlsporre i quadri esposti e ad illuminarli con qualche faretto, ora ci si rivolge a light deslgner, scenografi e perfino a registi. Anche per i compositori si è aperto un nuovo campo d'azlone, perché prima le mostre d'arte in genere si visitavano in assoluto silenzlo o tutt'al più col sottofondo di musiche dell'epoca dell'artista, mentre ora anche la musica è parte dell'allestimento d'una mostra. Abbiamo chiesto a Nicola Campogrande, che è stato probabilmente uno del priml a comporre musiche ad hoc per una mostra ed è sicuramente il più attivo in questo campo, come si è arnvatl a dare importanza allo spazio sonoro in cui le opere d'arte sono esposte.
"L'inizio - ci ha risposto il compositore torinese - è legato a un'idea di Artificio Skira, che nel 2003, a Milano, curava l'allestlmento dell'esposlzione dedicata a Modlgliani. Si voleva arricchire l'esperienza del visltatore, fargli perepire quasi fisicamente l'emozione di un pittore che dipingeva in uno stato di coscienza modificato, e per farlo si era pensato – in modo anche coraggioso, se si vuole! – di sovrapporre alle opere esposte il lavoro di un altro artista, un compositore. A me venne l’idea di scrivere una partitura nella quale trovassero posto dei lunghi glissati artificiali, delle distorsioni che richiamavano le deformazioni tipiche delle figure di Modigliani, e la cosa ebbe successo".
Che ruolo può avere la musica in una mostra?
"Ogni volta lo scopo è quello di avvicinare il visitatore alle opere, provando a stimolare la sua sensibilità, la sua curiosità, perché poi si aprisse il più possibile alla visione. Per “Africa. Capolavori da un continente” (Torino, Galleria d’Arte Moderna) avevo ideato cinque diversi ambienti sonori che collocavano le opere in un contesto pulsante, vitale, del tutto non museale; per “Sebastiano del Piombo” (Roma, Palazzo Venezia / Berlino, Staatliche Museen) l’idea è stata quella di declinare musicalmente uno degli aspetti della personalità del grande pittore rinascimentale, immaginandolo al liuto – strumento del quale era un virtuoso – alle prese con una immaginaria versione musicale delle sue opere più celebri; per “Palladio. La grande mostra”  (Vicenza, Palazzo Barbaran da Porto, fino al 6 gennaio 2009 / poi Londra, Royal Academy of Arts, dal 31 gennaio al 13 aprile) la sfida è stata invece quella di creare emozione e calore intorno a oggetti (progetti, descrizioni, maquettes) non immediatamente fascinosi per un pubblico non esperto".
Come pensa la musica in rapporto all'artista esposto, al luogo della mostra, all'itinerario che il visitatore compie per vedere le opere?
"La musica può interagire con la mostra in modi diversi. In alcuni casi può essere un sottofondo garbato alla visita; in altri presentarsi in modo quasi cinematografico, con una diffusione più potente e spazialmente distribuita; può essere collocata in uno spazio a sé, come esperienza artistica ulteriore rispetto alla visione delle opere (per “Sebastiano del Piombo” la si ascoltava in un’apposita saletta che chiudeva la visita); per “Palladio”, invece, insieme al biglietto d’ingresso viene distribuita anche un’audioguida che contiene il mio “percorso musicale d’autore”, così che ognuno lo può utilizzare in modo autonomo, con un ascolto indipendente e di alta qualità".
Stiamo assistendo alla nascita d’un nuovo genere?
Ne sono convinto. La musica per le mostre ha caratteristiche sue proprie, tecniche e stilistiche. Io le sto esplorando a poco a poco, in modo un po’ pionieristico, e ho sempre più l’impressione di contribuire a fondare un genere musicale a sé. Con risultati per me anche eclatanti: la mia “Musica per Sebastiano del Piombo” per qualche tempo è stata ai vertici della classifica di vendite, per la musica classica, nello store di Itunes!" - Mauro Mariani - Il Giornale della Musica - novembre 2008

 

 

Sul cd "Preludi a getto d'inchiostro" (2006)

cd preludi

 

Amadeus ***** - "Fortunatamente sono ormai lontani gli anni in cui la musica contemporanea era sinonimo di brutale separazione fra addetti - o meglio, adepti - ai lavori e pubblico. D'altra parte i canoni di uno sperimentalismo ormai d'accademia - ci si perdoni l'ossimoro - non lasciavano certo spazio a qualunque cosa avesse la parvenza di tonalità: guai se all'interno di pentagrammi (quando vi erano) irti di note e di criptici simboli compariva una sorta di linea melodica o, ancora peggio, una triade. Le più recenti generazioni di compositori hanno lasciato sedimentare tutta questa sistematicità e - uscendo da un intellettualismo tanto sterile quanto solipsistico - assai opportunamente hanno voluto riprendere il contatto con il pubblico. La via più difficile ma più affascinante è quella della creazione di un linguaggio proprio ma comprensibile, impresa non da poco, giacché bisogna evitare di essere autoreferenziali ma al tempo stesso banali. In poche parole, ci vuole ispirazione artistica. Ed è proprio quello che riesce a fare Nicola Campogrande in questo bel cd dedicato alla chitarra, nel quale dodici brevi preludi sono esposti dapprima con uno strumento tradizionale e in seguito rielaborando elettronicamente lo stesso materiale eseguito con una chitarra acustica e un arciliuto barocco (con la complicità di Roger Rama nei remixes). Il risultato è oltremodo affascinante, anche per merito della bravissima chitarrista Elena Casoli, la cui versatilità è pari solamente all'intelligenza delle scelte artistiche". (m.r.)

Suonare News **** -"Il titolo fa riferimento al fatto che il connubio compositore-interprete è stato portato avanti per vie elettroniche: e-mail, programmi grafici, stampanti a getto d'inchiostro. I singoli titoli (da Adagio liberamente a Rimbalzando) richiamano ottocenteschi fogli d'album o pezzi lirici tra cui sono incastonati riferimenti più specificamente gestuali. Le note di presentazione si limitano a un collage di e-mail.Ogni sospetto di operazione troppo calcolata sbiadisce alla riprova musicale. Il tramite comunicativo attuale è solo un'ironica presa di distanza dal cipiglio d'autore: così come suggeriscono i titoli un po' lialeschi, tutto corre sul filo di un'immaginazione vagamente sentimentale ma credibile, e sostenuta da un'autentica fiducia nei toni tecnico espressivi duttili della chitarra, che ricambia tramite la lettura libera e fantasiosa della Càsoli con moderno fervore coloristico e affettuosità galanti senza tempo che conquistano." (Angelo Foletto)

Seicorde - nominata PARTITURA DEL MESE -"Nicola Campogrande è un nome di grande rilievo nel panorama della musica contemporanea e le sue composizioni sono eseguite con successo in tutto il mondo. Conduttore del terzo canale di Radio Rai, insegna alla Scuola Holden di Torino ed è professore a contratto presso l'Università di Roma - Tor Vergata. Allievo di Azio Corghi, ha al suo attivo molte opere che spaziano in tutti i campi dove la musica è presente: teatro, concerti solistici, sinfonie, opere da camera con voce (spesso su testo del poeta Dario Voltolini) e sperimentazioni di contaminazione collaborando con il dj Roger Rama.
Si è messo in luce nel 1993 con il cd Mosorrofa o dell'ottimismo dove il suo interesse per tutto ciò che è musica al di là delle barriere di genere produce musiche nuove che sono allo stesso tempo ancorate alla tradizione e fornite di chiavi di lettura per ogni tipologia di ascoltatore.
Con la chitarrista Elena Càsoli ha lavorato in due occasioni, fornendole, nel 2001, una versione per chitarra di Africa blu e nel 2003 (ma pubblicati solo nel 2006) i Preludi a getto d'inchiostro oggetto di questa recensione.
La pubblicazione è corredata anche da un cd che contiene i preludi registrati da Elena Càsoli e tre remix del dj Roger Rama.
L'opera è sicuramente un bel lavoro, con spunti tratti da diversi gesti tipici della letteratura chitarristica e con una cifra poetica sempre alta che dona alla raccolta unità e completezza.
La scelta del pezzo breve ha il fascino di poter condensare le idee e quindi essere immediato e comprensibile al primo ascolto.
La difficoltà tecnica è alta, soprattutto per alcune ritmiche e per seguire le indicazioni timbriche, agogiche e dinamiche che il compositore segna in modo puntuale".

Audiophile Sound - "Sono passati i tempi in cui i compositori scrivevano preludi con carta e penna e dettavano ai musicisti le loro volontà con gli stessi mezzi. Campogrande stampa la propria musica a 'getto d'inchiostro' e comunica attraverso la posta elettronica, ma come i suoi predecessori conosce ben l'arte della composizione e il valore della meditazione sulle partitire. Per questo, per i suoi preludi, ha scelto come interprete la chitarrista classica Elena Càsoli, capace di 'leggere' le sue raffinate partiture con un piglio sospeso tra tradizione classica e modernità, senza mai essere autoreferenziale. I dodici brevi preludi sono esposti dapprima con la chitarra classica e in seguito attraverso remix elettronici, realizzati dal dj Roger Rama, con l'inserimento di una chitarra acustica e di un arciliuto. Il percorso che l'ascoltatore compie attraverso il disco, contrariamente a quanto ci si attenderebbe, è oltremodo naturale. Una sorta di viaggio che dal passato porta verso il presente, pur senza scivolare mai nella presunzione. (...) (Simone Bardazzi)

Il Fronimo (due pagine di recensione di cd e partitura) - "Oltre che compositore di lavori regolarmente eseguiti in giro per il mondo da concertisti di prima grandezza, Nicola Campogrande (Torino, 1969) è un personaggio di singolare eclettismo. E’ infatti  conduttore radiofonico, giornalista, professore universitario, direttore artistico dell’Orchestra filarmonica di Torino, docente alla Scuola Holden della stessa città (aperta dallo scrittore Alessandro Baricco per insegnare tecniche della narrazione), nonché organizzatore di eventi musicali. A tale molteplicità di interessi corrisponde, in àmbito squisitamente creativo, un atteggiamento non tetragono all’apertura verso altri generi e altri modi di fare musica. Questo è un comportamento comune a diversi compositori contemporanei, ma Campogrande va oltre: alcuni suoi lavori sono stati remixati – vale a dire rielaborati elettronicamente da un disc jockey in chiave moderna – e poi proposti a un pubblico diverso da quello che abitualmente frequenta le sale da concerto. A contribuire a tale contaminazione è stato il DJ torinese Roger Rama, il quale ha collaborato anche alla realizzazione del CD di cui ci occupiamo. I dodici Preludi a getto d’inchiostro, scritti tra il 2001 e il 2003, devono molto alla loro dedicataria Elena Càsoli: è lei che ha invitato l’autore a comporli, ha cooperato con lui durante la stesura, ne ha realizzato la prima esecuzione e l’incisione discografica, infine ne ha curato la pubblicazione. Non è probabilmente un caso che a convincere Campogrande ad affrontare questo impegno sia stata una “chitarrista di frontiera” come la Càsoli, appassionata divulgatrice di repertori contemporanei la quale condivide con il compositore una visione “espansa” del fatto musicale e non ha problemi a passare dallo strumento classico a quello elettrico o alla steel string guitar, quando un autore lo richiede. Campogrande ha da poco ultimato una versione per due chitarre dei Preludi, che è attualmente nel repertorio di Lorenzo Micheli e Matteo Mela. Per comodità di esposizione, commenteremo allo stesso tempo sia la pubblicazione che il CD, anticipando che quest’ultimo è diviso in due parti: la prima contiene i dodici brani eseguiti con una chitarra Luis Panormo del 1846, mentre la seconda vede la riproposta di sette preludi con l’impiego di una chitarra acustica Robert Taylor (i rimanenti cinque lavori della serie sono stati evidentemente ritenuti poco adatti a questa trasposizione). Inoltre, tre dei dodici pezzi sono ulteriormente presentati in altrettanti remix, realizzati come già detto da Roger Rama, dallo stile ritmico e percussivo misurato, in una sorta di musica dance minimale dal suono scarno e ipnotico. Tutto ciò rende molto particolare questa proposta discografica, e sottintende come essa sia destinata non solo al normale pubblico di musica classica, ma anche a un uditorio “allargato”.
Il brano d’esordio s’intitola Adagio, liberamente e consta di un discorso fantasioso e lirico nel quale affiorano di tanto in tanto increspature di ritmi sudamericani. L’interpretazione della Càsoli sottolinea la natura intimistica della pagina. Il secondo pezzo, Con leggera insistenza, ha un carattere deciso e si basa su un incalzante ritmo ostinato, al quale talvolta si frappone una cellula di semicrome o si sovrappongono alcuni movimenti melodici. L’atmosfera che si respira è vagamente improntata a una sorta di popular music nordamericana, e anche per questo l’esecuzione con la chitarra Taylor non sfigura per nulla rispetto alla versione con la Panormo. Il terzo preludio, Stupendosi, colpisce per l’ariosa apertura “alla Mertz”, ma subito il clima cambia, evocando sensazioni di titubanza e di meraviglia che l’interprete riesce ottimamente a trasmettere. Respirando con libertà, quarto lavoro della raccolta, si basa sull’elaborazione di un elemento iniziale costituito da un mordente inferiore. Si può osservare, nel testo, una preferenza per diteggiature che consentano il libero permanere dei suoni, scelta questa che sarà confermata in diversi preludi successivi. E’ interessante notare come cambi l’approccio dell’interprete a questo pezzo, a seconda dello strumento impiegato: quando usa la sua splendida chitarra d’epoca, la Càsoli ricerca i timbri più raffinati che essa può produrre, mentre quando passa alla Taylor – la quale non consente altrettanta varietà coloristica – il suo atteggiamento diviene più sobrio, ed il brano assume a tratti il sapore di una pagina di musica antica dedicata agli abbellimenti. Ma la sorpresa maggiore è data da quanto risulti adatta a questo preludio la chitarra con corde in acciaio: col suo suono pungente e duraturo, complice probabilmente la qualità della ripresa fonica, sembra uno strumento a metà tra il clavicembalo e il sitar, svelando potenzialità impreviste. Il pezzo è presente anche in una terza versione, remixata, che vede l’elaborazione di alcuni frammenti di una registrazione effettuata con un arciliuto. La voce suggestiva di quest’ultimo riconferma l’aspetto “arcaico” di questo brano ma, fra i differenti timbri delle tre esecuzioni, il più persuasivo rimane inaspettatamente quello della chitarra acustica. Il quinto preludio, Disincantato, vede il fluire di una linea melodica volutamente semplice, alla cui regolarità fanno da contrappunto due voci nel registro grave le quali, con il loro comportamento “disordinato” e avulso dal contesto, destabilizzano l’intero discorso. Ombroso, sesto pezzo del volume, è un soliloquio libero e un po’ sognante. Attraversato da una vena cantabile lievemente mesta, si compiace – situazione già riscontrata in precedenza, ed evidentemente concordata tra i due musicisti – di un tipo di diteggiatura che determina l’accavallarsi dei suoni a mo’ di arpa. Il preludio che fa seguito, Investigando, consta di una serie di divagazioni accomunate al precedente lavoro da un’inclinazione in qualche modo romantica, pur se in questa occasione l’indole è più solare. Il curioso remix riprende ed elabora alcune cellule del brano d’origine, ricavandone una sorta di ricercato pezzo di musica techno. Di natura irrequieta e ritmica è il successivo Rimbalzando, accattivante con i suoi guizzanti refoli di note che si avvicendano ad un tenue ostinato che si protrae fino al termine. In questa circostanza, la Panormo dà dei punti alla chitarra acustica: tra le due versioni presenti, infatti, quella realizzata con la chitarra tradizionale appare più convincente. Misterioso, nono preludio della raccolta, come i brani precedenti manifesta un vivo senso melodico, in questo caso nell’ambito di un’atmosfera un po’ malinconica e sospesa. L’esecuzione con la Taylor evidenzia l’ascendenza jazz del lavoro. Sulle colline è un pezzo dal carattere dolce, basato su una struttura arpeggiata al cui interno è incastonata una linea principale. Anche qui si fa largo uso di soluzioni digitali che favoriscono il sovrapporsi e l’amalgamarsi delle note. Grazie al suono squillante e argentino, l’interpretazione con chitarra acustica si distingue per nitidezza delle parti. Il remix, effettuato sulla base di tracce di un’esecuzione realizzata con l’arciliuto, si muove in un clima delicatamente statico con uno sfondo percussivo molto discreto, vedendo la dilatazione del brano di partenza fino a durare più del doppio rispetto a quello. Il penultimo preludio, Seriamente, è una pagina un po’ indecifrabile, una specie di orazione costruita con un materiale estremamente essenziale e caratterizzata principalmente dalla ripetizione nervosa e ossessiva di una stessa nota. Nel brano conclusivo, dal titolo Leggero, Campogrande sembra guardare completamente al passato: il lavoro è imbevuto di suggestioni neoclassiche ed attraversato da una vena cantabile ancor più marcata rispetto ai pezzi precedenti.
  I Preludi a getto d’inchiostro sono schizzi in cui l’autore evoca i riferimenti più diversi – dalla musica per liuto alle citazioni extracolte – rielaborando strutture e modalità, e sostenendo il tutto con un estro melodico assai espressivo: il risultato che ne deriva è di immediata comunicativa, ma al contempo originale. L’interesse per le tecnologie informatiche ha suggerito sia il titolo dell’opera, sia l’insolito contenuto delle note informative che accompagnano il CD: il primo intende rendere omaggio alla stampante, simbolo di comunicazione in quanto “voce” del computer, congegno inesorabile che d’un lampo mette nero su bianco il lavoro e i ripensamenti di mesi e mesi. Le note di copertina, dal canto loro, riportano esclusivamente un estratto dei messaggi di posta elettronica intercorsi tra il compositore e la concertista durante la lunga gestazione dell’opera.
  Le esecuzioni di Elena Càsoli sono caratterizzate da un acume interpretativo che denota una genuina condivisione d’intenti con l’autore, nonché da una freschezza che è del tutto in linea con lo spirito di questa musica. Dopo l’ascolto dei risultati ottenuti con la Taylor resta una curiosità, vagamente inquietante: la chitarra acustica si presta così bene solo alla musica di Campogrande, oppure potrebbe riservarci una rilettura “illegittima” ma stuzzicante di qualche altra pagina del nostro repertorio recente?" Antonio Borrelli " Antonio Borrelli da Il fronimo, n. 140, ottobre 2007

 

Su "Tre piccolissime musiche notturne", per orchestra (maggio 2006)

tre piccolissime

 

 

 

 

 

 

 

Il Giornale della Musica - Recensioni On Line: "In una normale sala da concerto e non nel ghetto delle rassegne dedicate alla musica contemporanea, per sentirsi di nuovo, davvero, "giovane collega di Mozart": va bene così, scrive Nicola Campogrande nelle note di sala di "Tre piccolissime musiche notturne", una delle due commissioni dell'Orchestra della Toscana per l'annoversario mozartiano in corso (nel concerto precedente c'era stato Di cristallo e di fiamma di Roberta Vacca). Quest'omaggio tripartito a Mozart del compositore di Cronache animali e Absolut, breve (dieci minuti) ma ricco d'invenzione, fa riferimento al mondo soave delle serenate di Mozart, ma si sottrae al gioco della citazione plateale per dissimulare e rifrangere in nervosa grazia neo-impressionista frammenti e piccoli profili che (dichiara l'autore) derivano soprattutto da Eine kleine Nachtmusik (ma qui ci sono anche arguti intrecci di strumentini, percussioni liquescenti, un contrabbasso amplificato che ci ricorda l'attenzione di Campogrande a sonorità non solo classiche). Il risultato è un sound fiabesco e maliosamente notturno che sembra senz'altro piacere al pubblico del Teatro Verdi di Firenze. Sul podio dell'Ort c'è un apprezzato interprete del repertorio novecentesco e contemporaneo, l'inglese Paul Daniel, ma il programma, per il resto, è tutto beethoveniano (...)". Elisabetta Torselli

 

Su "Absolut. Concerto per violoncello, basso elettrico e archi", (varie esecuzioni)

brunello  

la Repubblica "Suona tutto naturale, come un qualsiasi "doppio" concerto: due solisti, tre movimenti, la cadenza a due iniziale (molte seguiranno, intrecciate nel canto o sedotte dal fascino del ricamo virtuosistico), il gioco di allettamenti tra solista e archi che entrano a canone col tema principale poi si disperdono in tracciati melodici autonomi, in dialogo più che sottomessi, nel primo movimento ("Aprendo le danze"); un secondo che pare una Sonata a tre ("Investigando") e si chiude su una grandiosa frase patetica interrotta dal violoncello e un ghirigoro cadenzale del basso; un finale ("Con energia") in cui gli insistiti pannelli melodici di accompagnamento rispondono a quelli ora voluttuosamente acrobatici ora ostinatamente ritmici dei solisti. Suona naturale, e il pubblico che affolla oltre la capienza l'Aula Magna della Statale non ha difficoltà a capire, applaude senza sosta i musicisti in palcoscenico (Mario Brunello, Tito Mangialajo Rantzer e l'Orchestra dell'Università degli Studi di Milano) e Nicola Campogrande, autore di Absolut. Concerto per violoncello, basso elettrico e archi, commissionato dall'orchestra e presentato in prima esecuzione l'altra sera. Pezzo di sostanza e ampiezza, Absolut (...)" Angelo Foletto, 18 marzo 2004

La Marseillaise "Absolut, une oeuvre étonnante et fascinante. Parce que, écrite pour violoncelle et guitarre basse electrique, elle allie une écriture très contemporaine à des aspects baroques incontestables. La guitare y joue, sur le rythme obstiné d'un coer qui bat, s'affole et, peut-être, s'arrête brutalement, le rôle d'un continuo qui prendrait aussi une place de premier plan. On y entend également des interrogations métaphysiques, des méditation inquiètes. On y a surtout entendu un extraordinaire Angelo Liziero à la guitare basse, qui a partagé avec Gauthier Capuçon - totalement emporté dans cette musique, virtuoses sans emphase, magnifique d'expressivité - des moments superbes, dans un quasi "boeuf" jazzistique, des harmonies et des rythmes rebrodés par les cordes de l'Orchestra Filarmonica di Torino (...)"

 

Sul cd "Danze del riso e dell'oblio" (2005)

cd danze del riso e dell'oblio  

Suonare News "Nell'immaginario collettivo, dove c'è qualcuno che agita il mantice c'è anche qualcuno che balla", ci ricorda l'autore. E noi pensiamo subito a Piazzolla ma anche ai molti musicisti che col solo inserimento della voce chioccia della fisarmonica hanno subito creato un'atmosfera esoticamente strapaesana anche in un brano serioso. Strumento popolare come pochi, qui impiegata nella stesura più tradizionale, la fisarmonica evocata da Campogrande è una sorta di intrigante ombrello dove trovano ospitalità innumerevoli nostalgie musicali - non banali citazioni né semplici camuffamenti - tutte sotto il segno della danza. La lettura dei titoli, da sé, vale un campionario di passi e di paesaggi geo-sonori (dal valzer alla milonga, dalla rumba al tango, dall'habanera al sirtaki e al charleston) e di omaggi colti (dalla sarabanda, forse il pezzo più toccante dell'antologia, alla passacaglia, che invece è il tramplino di lancio per una pagina abbastanza ermetica). Ma non ci si deve fermare alle apparenze: Campogrande non scrive musica da ballo ma in cui il ballo è una presenza intellettuale, un'eco, un enigma storico-sentimentale, un sasso sonoro lanciato nell'immaginario di un ascoltatore medio e senza pregiudizi. Del resto già lo sposalizio col pianoforte, e un pianoforte abbastanza fedele al suo mondo sonoro e tecnico, rende in più numeri Danze del riso e dell'oblio non un gioco di facile identificazione-imitazione linguistica (che tuttavia non manca) né una scontata strizzata d'occhio agli appassionati del falso etnico in musica (qua e là, comunque, additato con garbata ironia) ma un'elegante ginnastica emotiva. E il dialogo tra i due strumenti a tastiera, uno percussivo ed uno ad ancia, si dipana con maliosa facilità grazie alla bravura e allo spirito dei due interpreti: come un anomalo recital concertistico (nato su commissione del Comune di Castelfidardo, capitale mondiale della fisarmonica) che non ha bisogno di locandina dé di programma di sala per sedurre." Angelo Foletto

All about jazz: "Pensando a Nicola Campogrande a molti verra' senza dubbio in mente la gentile voce di un conduttore che, da anni ormai, porta a spasso i suoi ascoltatori nel mondo della musica classica contemporanea - e non solo - nei programmi di radio 3. Con la stessa soavita', che gli pare propria (mi sembra), il compositore torinese da' alle stampe il suo ultimo lavoro Danze del riso e dell'oblio, pubblicato da Stradivarius, interamente dedicato a danze per sala da concerto per pianoforte e chitarra. L'accostamento e' strano e anche il contesto a cui vengono destinate queste musiche, tanto che lo stesso Campogrande nel libretto ha sentito il bisogno di chiarire [e forse cosi' legittimare] un repertorio di musiche non "alte". Il reato a ben vedere e' commesso dalla scelta di accostare la fisarmonica, strumento che, secondo Campogrande, ha dalla propria la possibilita' di respirare, di cambiare voce e timbro, di dilaniare il cuore se si mette a fare la languida ma anche di far danzare un'intera platea se decide di esibire l'energia del proprio virtuosismo, al pianoforte, strumento che invece porta in dote la sua serieta', l'austerita' della sua storia, il romanticismo della sua tradizione e la potenza dei suoi giochi percussivi. Ma i due strumenti non hanno bisogno di alcuna apologia, specie quando la musica permette di cogliere le forme e gli intrecci dell'incastro, dell'accostamento e della compenetrazione. Fisarmonicista - Alberto Fantino - e pianista - Antonio Valentino - volteggiano con grande leggerezza in danze di tutte le epoche - sarabanda, rumba, marcia, tango, valzer, sirtaki. E l'accostamento (o compenetrazione che sia) e' piacevole. Le danze del riso e dell'oblio volteggiano insieme ai suoi interpreti in un mondo quieto e pacificato, che ricorda quasi certe malinconiche atmosfere da feste di paese concluse e da palchi vuoti di presenze. Il virtuosismo, cosi' tipico delle danze [non per sala da concerto], cede ad una certa introspezione, che conferisce a questo lavoro un velo di irresolutezza. L'impressione e' quella di essere stati trasportati direttamente al termine del viaggio o quelle che ascoltiamo sembrano le impressioni di un viaggiatore disincantato... Certo e' strano ascoltare un lavoro come questo, cosi' estraneo a tutto cio' che ci circonda eppure cosi' pregno di una certa Italia che ama ancora danzare come una volta... Preferisco pensare che questo CD venga ascoltato fuori dalle sale da concerto. D'altronde io l'ho ascoltato in queste calde sere estive, nel silenzio della notte, e il che mi ha deliziato. E per quando inutile all'onor del mondo accademico, la cosa mi e' piaciuta! Valutazione: * * *" Francesca Odilio Bellino

Abeille Musique: "Danses du rire et de l'oubli, voilà un joli titre, en plein accord avec cette musique riante et oublieuse. Pour accordéon et piano - l'accordéon est l'instrument par excellence de la danse populaire -, dans un langage écrit, développé et véritablement composé alors qu'il intègre plusieurs éléments de jazz (sans improvisation aucune), avec d'inévitables apports latino-américains et une note d'humour délicat et de références classiques d'excellent aloi. De la valse "charlestonisante" à la musette "sarabandesque", Nicola Campogrande surfe avec intelligence et élégance, toujours du bon côté du bon goût. On aura le droit d'aimer ou de ne pas aimer, mais en aucun cas de dire que "ce n'est pas bon", car voilà de la musique très soigneusement composée, qui devrait autant plaire au néophyte, pour des raisons purement hédonistes, qu'au mélomane qui s'amusera à retrouver les centaines de clins d'oeil de Bach à Prokofiev !"

La Stampa "(...) Con sguardo elegante e affettuoso al passato che solo passato non è, l'autore torinese va "a passeggio attraverso danze di tutte le epoche, dalla sarabanda alla rumba, dalla marcia al tango, dal vlzer al sirtaki". Campogrande è musicista dal passo intimo, cameristico, e insieme capace di ironie anche grottesche, come rivelano alcuni dei titoli; evoca atmosfere, invita a danzare nel tempo della musica che fu, senza rumore; e il "Tango della fine del mondo" ha una grazia da felice scampagnata in campagna, tra lusinghe e dolcezze nostalgiche." Sandro Cappelletto

Il Giornale della Musica "Nicola Campogrande ricorda, presentando questo suo disco di lunatiche e lunari danze senza corpi,che la gente pensa che "dove c 'è qualcuno che agita il mantice c 'è anche qualcuno che balla"; vero, il mantice è come il polmone del ballerino,che si riempie d 'aria umida e calda per esprimere emozioni umide e calde,avvinto a un lui o a una lei.Il compositore ha scritto col tamente per accordi on, uno strumento storicamente portatore di anonime infinite pagine scritte da suonatori del popolo e per il popolo.Uno strumento che è mille modi di essere fisarmonica,organetto, bayan,accordion e che è mille tradizioni di europe larghe e migrate oltre oceani.Le danze del riso e dell 'oblio sono state commissionate da Musicat e dal Comune di Castelfidardo, capitale dei fabbricanti di fisarmoniche italiane;Alberto Fantino suona, accompagnato al pianoforte da Antonio Valentino, un bayan della ditta Bulgari; il concerto è andato in tournée in Israele e Palestina. Valzer,milonghe, minuetti, rumbe, sarabande, sirtaki, charleston, habanere, musette, passacaglie, marce e tanghi attraversano una miriade di citazioni facili (Satie, il tango sino a Piazzolla e Galliano, Paolo Conte), e alla fine rimane una sala da concerto con una malinconia di sala da ballo vuota e muta con un solo cono di luce su chi suona l 'essenza di musiche scorporate dalla danza.Qualcosa di davvero dentro alla natura essenziale della musica "classica ", anche se scritta da un "contemporaneo"". Daniele Martino

Accordions.com "The composers that have tried will say: it is easy to combine a string quartet with with an accordion, just like percussion with one or more accordions; or duets with sorts wind instruments will always turn out very effectively, similarly the accordion in combination with vocal or chorus... everybody agrees that the accordion with piano is something very "difficult" - a complicated combination, something to pay a lot of attention to, because it is risky. Obviously Nicholas Campogrande had the courage. In the booklet he has tried to capture the good will of the listeners speaking about "uncommon partners..." or "strange couple". I deduce that composers fear the accordion. The "Danze del riso and dell'oblio" face the highest mountain to climb: firstly the smoothness , the exchanges of rhythm and melody, the intriguiry game of "seen or not seen", dreaming with open eyes moving magically through time.
It would have been much easier to write down a thousand notes on a piece of paper for virtuouso pianists or accordionists. Instead, in order to execute this "macro-suite" a homage to the dance, the excellent artists Alberto Fantino and Antonio Valentino have not tried to compete in speed racing like cars in Indianapolis, but been urged to fulfil a precise performance to the finest detail always in the dimension of a continues moving on - said ironically.
Imagination and fantasy, yes - this is the stimulated feeling listening to this disc. I must admit - it is a most extraordinary result. One last observation: the accordion part is written for a standard bass instrument without the need of an extension to traditional keyboard (41 keys). It is worth emphasizing: anybody can play " danze del riso e dell'oblio " if they want and for those who haven't understood yet - good music does not depend upon the amount of notes." Paolo Picchio

Sull'opera da camera "Macchinario" (1995)

macchinario

 

 

 

Panorama "[...] Stavolta il poeta Dario Voltolini e il musicista Nicola Campogrande [...] hanno volato, e ce l'hanno fatta. [...] E insomma, prima scherzi e ti divaghi; poi a un certo punto, sul finire, ti prende quella commozione antica e sacra che è il segno del teatro, e un po' sei triste perché t'accorgi che un momento così non lo vivrai più, e un po', per la stessa ragione, sei felice." Lorenzo Arruga

 

 

Sul cd "Mosorrofa, o dell'ottimismo" (1993)

mosorrofa  

La Stampa "[...] Ma non è la strada giusta lodare qua e là: l'interesse di Mosorrofa è il progetto mistilingue di canzone, jazz, ballata, voce che recita, voce sintetica, capricci di cadenze, filigrane, irritazioni puntilliste: musica minima, ma che sa bene come tenere compagnia e trovare con l'esuberanza della poesia un'organicità di rappresentazione [...]" Giorgio Pestelli

Suono "Piu' che l'idea di "musica contemporanea" - concetto discutibile, che di solito viene sparato sul pubblico con gli effetti di un lacrimogeno - il lavoro suggerisce quella di una "contemporaneita' musicale" effettiva, da percorrere, da abitare come si vuole, senza sentircisi estranei. [...] Mosorrofa si presenta con la naturale levita' delle cose che accadono come per caso, senza strategie e senza teoremi, solo perche' era tempo che accadessero. Il suo orizzonte poetico sembra innanzitutto quello di una liberta' che vuol essere riempita di senso. Ci si deve muovere come in un disegno di Escher, rendersi disponibili a una logica da Magritte accelerabile fino ai ritmi di Blob. [...] Come tutto questo riesca - e ci riesce - a parlarci di noi, di ognuno di noi, e' una di quelle cose che non si possono spiegare cosi' in due righe. Bisogna scoprirle. Un fatto e' certo: perche' operazioni simili riescano con altrettanto equilibrio s'ha da essere bravi, molto bravi; e nel disco di Campogrande di bravura ce n'e' da vendere." Antonio Cirignano

la Repubblica "Raccontano di una citta' che esiste; sta li', in Calabria, ma in realta' raccontano un po' di loro, un po' di noi, microstorie della nostra vita, flash di vita quotidiana, attimi d'amore, di solitudine. [...] Mosorrofa scardina qualsiasi aspettativa dell'ascoltatore: basta il ghiribizzo di un flauto per trasportarvi in volo su una citta', una citta' che in realta' e' un simbolo, una metafora di tante altre citta', di tante altre civilta'. Si potrebbe intitolare Mosorrofa o della versatilita' perche' invano cerchereste uno stile unico tra giochi di parole e echi poetici, tra un attacco in puro stile jazz e un tango birichino. Oppure Mosorrofa o del vitalismo perche' tra scritte sul muro ("benvenuti all'inferno") e alienazioni metropolitane ("tra le auto ferme strette al rosso dell'incrocio dentro cui ristagna un uomo mentre dialoga al telefono cellulare") c'e' spazio per cantare le speranze, per sorridere davanti al ritmo indiavolato di un delfino che guizza nel mare [...], per aspettre che in Africa sbocci il fiore blu della libertà [...]". Susanna Franchi,

Il Giornale della Musica "Una canzone che ricorda una Mina forse inesistita, ma possibile, molto sofisticata, bossa nova, piano-bar e jazzy; melologhi che potrebbe recitare una Milva tornata alla antica militanza letteraria; pezzini alla Jessica Rabbit, trattamenti elettronico-androidi della voce, chitarre come quelle che usava Foa' per leggere Lorca, i testi di Dario Voltolini, giovane scrittore torinese, che ha fatto cosi' il suo sperimentale Cristo si e' fermato a Eboli [...], tanghetti, citazioni. C'e' di tutto, in Mosorrofa, parto intelligente della neonata Ddt ." Daniele Martino

Piano Time "Lontano ormai le classiche mille leghe dai rovelli del laboratorio, il venticinquenne Campogrande spazia, con la mano del veterano e la nonchalance dell'uomo di mondo, entro circuiti che piu' multiformi non si saprebbero dare; quaranta numeri, contrassegnati tutti da dediche e titoletti, in cui s'agita il fiume carsico di una storia narrata [...] e che esibiscono una contaminazione di formule e stili, a' la manie're deΣ, non poco curiosa. [...] E' una collana che si sfila imperterrita senza tuttavia nascondere le proprie ambizioni, poiche' il gusto di ripercorrere il de'ja' vu si autentica sulla perizia di uno che cita Paolo Conte e Duke Ellington ma anche Banchieri e Corghi, e sempre dall'alto della torre: ma con simpatia, senza spocchie e con nettissimo il senso dei dislivelli." Aldo Nicastro

 

Sul cd "Capelas imperfeitas" (1997)

capelas imperfeitas  

la Repubblica "Campogrande danza, compositivamente parlando, con registri linguistici diversi [...] badando sempre che l'ascoltatore afferrato dal primo richiamo non si senta piu' abbandonato." Angelo Foletto

Musica! Rock & altro "Circola da qualche mese uno strano disco intitolato Capelas imperfeitas. Contiene canzoncine lievi e raffinatissime, costruite con sole voci e percusioni. Curioso che ne sia autore un musicista di estrazione classica [...]." Alberto Campo

La gazzetta di Parma "Applaudito a Parma il delizioso ed emozionante spettacolo "Capelas imperfeitas". Un lieto vagabondare della memoria. Le diciotto canzoni lavorano il genere, senza mai cadere nella trappola del luogo comune, recuperando di volta in volta l'idea dello stile seppur straniato, plasmato: e cosi' il canto a quattro voci si alimenta con scelta eclettica e con disinvolta successione lungo un divertimento parodistico [...]." Giovanni Fontechiari

Catalepton "Capelas imperfeitas: primo assaggio
L’ammiccare sottecche è di Nicola Campogrande, compositore.
Le sue Capelas Imperfeitas. Diciotto canzoni senza tetto su testi di Dario Voltolini suonavano discrete in sottofondo a casa di un amico, non abbastanza discrete da passare inascoltate.
Per qualche mese sono diventate una piccola ossessione in casa, canticchiate smontate e rimontate; e restano sempre tra i miei dischi preferiti.
Le voci (Vocinblu) sono di Luisa Cottifogli, Frida Forlani, Paola Lorenzi, Silvia Testoni; le percussioni (in senso lato) di Danilo Grassi e Paolo Pasqualin.
Dal sito di Campogrande, munificenza rara, puoi scaricarle in tutta libertà.
Non voglio ora parlare di musica - anche altrove mi son promesso musicologo, senza farne poi niente: pazienza.
Basti qui dire quanto le composizioni, gli arrangiamenti (parola qui più filologica di partitura), l’esecuzione siano squisiti; scrive bene Giovanni Fontechiari che "lavorano il genere, senza mai cadere nella trappola del luogo comune, recuperando di volta in volta l’idea dello stile seppur straniato, plasmato: e così il canto a quattro voci si alimenta con scelta eclettica e con disinvolta successione lungo un divertimento parodistico".
Divertimento però, forse, in senso musicale; e non divertissement: come ha detto qualcuno a proposito di fànfole, questo “non è un gioco” (segue sul sito catalepton)